domenica 31 dicembre 2017

Claudio Di Scalzo: Nei carceri speciali per detenuti politici torturavano. Anche notizia sul libro "Fuga dall'assassino dei sogni" di Mosumeci con prefazione Erri De Luca.



Detenuta politica perquisita nei carceri speciali

cds - Estate 2017 - olio su tavola 2 m x 1,50





Claudio Di Scalzo

NEI CARCERI SPECIALI PER DETENUTI POLITICI TORTURAVANO.
ANCHE NOTIZIA SUL LIBRO "FUGA DALL'ASSASSINO DEI SOGNI"
DI MOSUMECI-CONSO CON PREFAZIONE ERRI DE LUCA.
E NOTIZIA SULLE MORTI DI OPERAI IN GARFAGNANA.

Nella primavera e nell'estate 2017 mi sono molto dedicato al tema dei Detenuti Politici nei carceri speciali. Nel novecento. Questo lavoro ampio in pittura e scultura, sono venti oli su legno 2 m x 1,50 più varie carte in acrilico, me l'ha suggerito il libro "Fuga dall'assassino dei sogni" di Mosumeci con un'appassionata introduzione di Erri de Luca. Lotta continua, fino al suo scioglimento nel 1976 (allora smisi di fare politica attiva e militanza), aveva curato con i "Dannati della Terra" la condizione nelle carceri italiane partendo da un punto di vista di classe. 



1973 - Einaudi





A Lucca, nel sottopassaggio che porta al Baluardo di San Colombano, ieri ho fotografato la scritta sul muro che allego a questo testo. Testimonianza che ancora in Lucchesia e Garfagnana si muore sul lavoro!










Ho avuto amici e compagni che han provato il carcere come detenuti politici e son stato amico di operai che son morti in fabbrica.
Impossibile che uno come me non rispetti il patto d'amicizia e d'idee con chi fui fraternamente accanto.






Stele
 per il minatore del rame
morto sul lavoro
in Garfagnana

Estate 2017




Quanto ho dipinto è soltanto un piccolo fiore rosso per chi ha vissuto sciagura dramma e ha perso tutto giovinezza compresa in una stagione italiana che tutti hanno rimosso, salvo scriverci qualche stronzata culturale sui terribili anni settanta privi di poesia, ahinoi!, o il solito libro stronzo sopra eventi che riducono a cartolina per fotina e presentazioncina il sangue sgocciato da senza nome senza volto senza storia. E poi tutti giulivi assieme nella cultura on line e su carta miseranda stampata dove non c'è più distinzione tra chi teneva il bastone e chi lo prendeva sul groppone (rima).







Picchiato nei carceri speciali











domenica 24 dicembre 2017

Auguri da Sara Cardellino e da Accio













AUGURI DA SARA CARDELLINO E ACCIO

Auguri per le Feste e l'anno nuovo da due personaggi. Perché noi non siamo un autore e un' autrice, o due artisti, o due poeti,... non abbiamo questa vocazione,... siamo personaggi di un uomo e di una donna che si amano... e che non hanno neppure loro la vocazione a diventare autore e autrice, artisti o poeti riconosciuti. Semplicemente amano il gioco infinito dei segni e molto dei suoni e a volte appaiono e più spesso, in futuro, scompaiono.



AUGURI CON OGNI BENE!












Le avventure di Sara Cardellino e Accio








lunedì 18 dicembre 2017

Sara Cardellino: The House of rising sun, La Casa del Sole per Claudio Di Scalzo detto Accio, per il Natale 2017 e per l'anno nuovo 2018 che viene.



CDS: Sara Cardellino e Accio si baciano a Vecchiano-Pisa







Sara Cardellino

THE HOUSE OF RISING SUN, LA CASA DEL SOLE

per Claudio Di Scalzo detto Accio
per il Natale 2017 
per l'anno nuovo 2018 che viene




Non c'è migliore canzone rock di questa The House of rising sun, La casa del Sole, degli Animals,  cantata da Eric Burdon che possa dedicarti dopo l'Otto Dicembre (dopo Beethoven all'Amata Immortale), data in cui, destinato a diventare poco immacolato nascesti: per conformarti selvatico, e in atti da Animal antiborghese,... che possa dedicarti, sottolineo, per l'anno che finisce, dove s'impone ogni bilancio, per l'anno che viene nuovo, che chiede cambiamenti radicali.

Intanto la canzone è una ballata, un racconto, una biografia, una disperazione, un simbolo. Storia di un povero ragazzo, figlio di una sarta, e di un giocatore di carte. Tua madre faceva la sarta, tuo padre anarchico e partigiano è stato preda del gioco delle carte. Il giovane, vogliamo dargli il nome di Accio?!, sì diamoglielo, si rovina la vita in una misteriosa Casa del Sole.

Cosa potrebbe essere questa pericolosa abitazione? Tanto da ritrovarlo alla fine della vicenda galeotto incatenato. Ma possiamo anche vederlo, bandito, alla Billy the Kid, alla Jesse James, cacciato da Pat Garret, rincorso dai Pinkerton che lo vogliono morto, pronti a ucciderlo a tradimento,... non credi? 

Come chiamiamo questa Casa del Sole, tanto lucente da abbagliare e trasformarsi in rovina?

Forse Estetica e letteratura, dove nelle sue infinite stanze non volendone riconoscere la destinazione mercantile hai finito per buttare via tutto quanto hai ideato dalle sue finestre e dal tetto. 

Forse la politica, col tuo anarchismo utopistico e singolo, tanto estremista da far venire il nervoso (a parte l'amico barbiere detto Il Pazzo, e risiamo al western con Butch Cassidy e Sundance Kid) anche ai più pazienti dei tuoi compagni? Fra l'altro presto, in maggioranza, passati dall'altra parte!

Forse la Casa del Sole è quella dell'Amore sempre cercato assoluto e poi irrimediabilmente perso. Compreso quello per un Angelo Svizzero.








Il giovane, ora invecchiato deve, per salvarsi, anche dalle simboliche catene, lasciare la Casa del Sole. Chiuderne la porta e andarsene via. Altrove.


Io sarò con te. Tua Sara Cardellino






giovedì 14 dicembre 2017

Claudio Di Scalzo: Le Figlie del Corsaro Nero: Corsara Azzurra, Corsara Rossa, Corsara Verde. Ad Azzurra de Paola, Chiara Daino, Ilaria Seclì.



CDS: Corsara Azzurra - autunno 2017







Claudio Di Scalzo

LE FIGLIE DEL CORSARO NERO:

 CORSARA AZZURRA, CORSARA ROSSACORSARA VERDE.

(Azzura De Paola, Chiara Daino, Ilaria Seclì)

Prima che lo faccia il Social Facebook, coi suoi calendari: “ricordi”, lo faccio io da solo! Di ricordare tre figure importanti nel mio 2017. Perché sopra di me non voglio nessuno neppure un algoritmo di multinazionale dove so, sono, assieme a miliardi, corpo e parole per profitti miliardari di pubblicità. Lo faccio io da me!, un bouquet di fiori per chi ha aiutato nel pericolo il mio sé. (oh le rime). Lo faccio da solo come Corsaro Nero: e sulla bandiera, nessuno si sorprenda ci sia l’ateo Stirner e il cristiano Kierkegaard e lo gnostico  Achab: perché tutti  e tre dissero “Nessuno, sopra di me, sulla terra”. Se non Dio.

E tre sono anche le figure di questo raccontino illustrato transmoderno, che  galantemente, omaggiando  Salgari, titolo:


 LE FIGLIE DEL CORSARO NERO

CORSARA AZZURRA, CORSARA ROSSA,CORSARA VERDE


Queste tre belle donne, che potrebbero essere mie figlie, sono un Corsaro Nero nei suoi 65 anni,… mi hanno donato, ognuna,  parole  determinanti: un po’ come il fuoco in un racconto di Jack London nel gelido Klondike o un po’ di acqua dolce se sei alla deriva sopra una barca di fortuna dopo l’inabissamento del brigantino da parte degli spagnoli.




Azzurra de Paola




La Corsara Azzura, nomade e dagli occhi carbone rilucenti, col volto da eroina mediterranea, postura indomita, mi ha chiamato: Partisan. Con una sola parola, testimone che non ne servono milioni in similoro celebrate officiate; ma una sola!, quella che serve, come un’isola alla Tortuga sconosciuta dove nascondersi e riprendere forze. Soltanto leggendo qualche rigo on line, la Corsara Azzurra ha capito che sono un Partigiano. Partisan. Quindi sto da una parte. Combatto. Uso la guerriglia dei segni da sempre. Seguo la lotta del padre Libertario. Partisan lo porto on line sul social Facebook. Per questo, l’ho disegnata dentro la cascata dei suoi lunghi capelli scuri col volto ch’è già di per sé un racconto.









La Corsara Rossa, Bucaniera Bucaneve, anche se abbiamo veleggiato su rotte diverse, senza più incontrarci per sei anni, saputa la vicenda del mio brigantino corsaro affondato dai devoti a Maracaibo, mi ha raggiunto ed ha esclamato: “ti sono accanto Corsaro Nero, borchie sciabole lame per sempre”. 









La Corsara Rossa è imprendibile, vive in tutti i segni possibili di suono scrittura immaginario e porta nella sua bellezza delicata e struggente la forza del mare in burrasca. Imprevedibile e teneramente crudele i nemici li segna con parole in punta di coltello sulla fronte tanto da poterli riconoscere anche se la blandiscono. Di chi si fida li tiene sulle lunga sopracciglia per far loro vedere orizzonti che altrimenti non vedrebbero. E allora l’ho disegnata nel suo impeto e nella sua monella azione poetica.











Con la Corsara Verde, Ilaria Seclì, ci siamo ritrovati in questo novembre. Dal 2011. Come le altre tre corsare non l’ho mai incontrata di persona. Ho il rimpianto quando salpava L’Olandese Volante di non averle chiesto se voleva stare al mio fianco nell’avventura transmoderna. La Corsara Verde è figlia della Magna Grecia è fatta d’aria e di pietra con cento linfe cento lingue cento profumi che diventano la sua poesia, generosamente donata, a chi capita dove scioglie i capelli ricci.

Dopo brevi scambi, leggendomi nelle ultime sfortunate avventure corsare, mi ha scritto: “Ma da che pianeta vieni Accio?” Con una sola frase ha rivelato, e preso a tenerezza, la mia natura un po’ candida un po’ stralunata che rotea l’immaginario in un planetario tutto suo che solo raramente incontra quelli soliti delle attività culturali e colte.  

Ha carezzato così la mia poesia. E allora l’ho disegnata come IL’ARIA.






Sara Cardellino Fauve Oriental - 14 dicembre 2017




La stessa Sara Cardellino mi ha detto che queste “Tre Corsare” hanno verso di me del Bene. Figure positive. Donne che hanno del talento invidiabile e originale. Questo mi ha detto chi sa capire le partiture musicali della vita e della creatività nella grammatica dell’etica. Del coraggio femminile.

Allora, per un attimo, anche se ormai non ho più voglia né di scrivere né di occuparmi di estetica, per vivere il mio privato, tornato semplice militante dell’anarchia, ho IMMAGINATO un sito, una nuova NAVE CORSARA, “FOLGORE ROCCABRUNA”, nell’universo acquoreo telematico, dove LE FIGLIE DEL CORSARO NERO: CORSARA AZZURRA, CORSARA ROSSA,CORSARA VERDE potessero veleggiare in fantasia e libertaria invenzione con sempre nuove rotte. Con me che le aspetto in un’isola nascosta e qualche volta con loro m’imbarco perché il braccio è ancora forte  e così l’ardimento.

Perché se vige l’estetizzazione del quotidiano, si necessita che i corsari (e coloro che non sono rassegnati allo schizo-capitalismo e aborriscono le residue carriere, anche un po’ ridicole, letterarie ereditate dal novecento) inventino un uso performativo dei media dei codici di ogni universo simbolico che ci trastulla e ci opprime. Contro la cultura merce di tutti estetizzata proporre una distorsione pratica, per tutti, da subito, di ibridazione comunitaria, Nuova Tortuga, territori liberati, dove il Compositore – scrittori  artisti genti popolo – libera gli universi simbolici dominanti organizzando da bricoleur ogni marchio cliché ma in funzione libertaria, politica, per liberare non solo i letterati ma tutti.

Il processo creativo è orfano da tempo. Secondo me solo le donne, e le corsare, possono tentare l’impossibile. Quanto a me non ci sono riuscito visto com’è finita l’avventura del leggendario e rivoluzionario Olandese Volante.













Sara Cardellino: Dicembre Veneziano con bene e grano per l'anno nuovo. A Claudio Di Scalzo detto Accio


SARA E ACCIO NEL DICEMBRE 2017 E NEL 2018








SARA CARDELLINO

 DICEMBRE VENEZIANO CON BENE E GRANO PER L'ANNO NUOVO

(a Claudio Di Scalzo detto Accio)

Sono tornata in città l’altrieri da Monaco. Suonare Edgar Varèse di Density 21.5 mi ha tolto forze. Ti ho sentito sempre vicino. Anche adesso che passeggio in Campo San Trovaso. Questa è la mia Venezia, quasi indistinta, stanca, ma viva.

Per me la prima notte è momento eletto: c'è silenzio, poche anime, e spesso resto l'ultima, da sola. Capita, all'improvviso, nel silenzio, un rumore di ferro e acqua solcata: chiatte arrugginite tornano verso le raffinerie e mi passano a pochi metri. La visione sembra frantumarsi, invece tutto è parte del quadro. Un quadro di marmi, metallo, cristalli, alghe, camini, finestre di un bar abbandonato, con dimenticata insegna del telefono, e le piastrelle azzurre intraviste dalle sbarre che lo imprigionano. Qui c'è l'imo e superno della vita. E qui torno sempre. Dopo ogni concerto.

Rientrando in casa avrò anche il grano maturo della tua giovinezza sulla parete. La chiesa dov’eri chierichetto e diavoletto, perdona la battuta. Ma serve a ricordarti che, dell’angelico, necessita il nostro tempo assieme perché quando “una metà trova quanto la rende intera” abbisogna non solo di Amore ma anche di Bene.



L’Olandese Volante:”Quando una metà cerca quanto la rende intera”







martedì 12 dicembre 2017

Claudio Di Scalzo: Compleanno che sgoccia verità l'otto dicembre 2017 - Con il Serchio, Torre del Lago Puccini, Istambul


Neve sul lago Puccini-Massaciuccoli-Torre del Lago (Leica grandangolo)





Claudio Di Scalzo

COMPLEANNO CHE SGOCCIA VERITÀ 

(8 dicembre 2017)

(con il Serchio, Torre del Lago Puccini, Istambul)


L’afferramento della verità  come cencio bagnato  sgocciolante pescato - dove non ci son pesci di consolazione - e sollevato passa per camminamenti che vanno al fiume Serchio verso la foce. Qui sono cresciuto sull’argine libero e matto, qui sono tornato l’otto dicembre 2017.

Rivedo, ho un’età da tempie grigie, tante genti. Mentre sollevo il panno sbrindellato. Alcune sono morte. Ho dialogato. Ognuno sta nell’ambiguità delle ombre, col loro linguaggio che poi è una specie di telegrafo a frammenti. C’è in tutti la risalita dall'abisso celeste, una licenza, dove mi dicono la loro paura a tornare sulla terra, dove anche in pieno giorno vedono ormai un’oscurità impenetrabile per i loro occhi abituati alla luce. Mi riconoscono a tasto, carezzandomi il volto, i capelli, il petto. Come i ciechi. Ricordano la mia voce.

Capisco che il cencio deve stare dov’era. Lo getto ancora tra i falaschi. Affonda come medusa incorporea. Sulla mano sinistra, che la stoffa mencia ha stretto, noto uno spellamento. Rosso. Si vede la carne viva. Non provo dolore. Una giovane donna, giunta da dietro le mie spalle, me la prende. La stringe. “Una pelle può valere anche per due. Si chiama fame di verità”.


-Da dove vieni? le chiedo.

-Da una città del Nord. Lontana. Fredda ma in festa. Mi risponde

-Sei un’illusione generata dalla Verità che scopro tardivamente?

-Sì! Ma oggi sei nato. E ti dovevo questa pelle comune perché quelli come te per affrontare il dolore che incontrerai, per capire quello che vivesti, necessitano d'illusioni devastanti. Non è un regalo quello che ti faccio! 


Entrato in casa, dai familiari, vivo in una modesta abitazione sul lago di Massaciuccoli-Puccini, stanno cucinando una crostata di lamponi e, in modo del tutto incongruo, cibi fragranti di Istambul. 





martedì 5 dicembre 2017

Karoline Knabberchen: Per data di compleanno, 8 XII 1952, di Fabio Nardi. A cura di Claudio Di Scalzo




Chiesa di Sant'Alessandro a Vecchiano-Pisa





Karoline Knabberchen

PER DATA DI COMPLEANNO

8 XII 1952 di Fabio Nardi


A branchi le stelle mi afferrano
Hanno gola metallica
Urgente nel dire
Strabordano luccichii
Succhiano le caviglie

Mi pare linfa che esce
Questa notte traspirante.
Sulle tempie accende fuoco
Che non scalda
Ma scende pizzicandomi il bianco
Degli occhi - l'ultimo bianco rimasto
Sul registro dove scrivo data

Del tuo compleanno invasa dal rosso.



8 dicembre 1979






SULL'OLANDESE VOLANTE BARRA ROSSA/KAROLINE K






(Guarda-Engadina 1959 - Lofoten-Norvegia 1984)






venerdì 1 dicembre 2017

Karoline Knabberchen: Bambina sul pontile. Fiaba per Fabio Nardi. A cura di Claudio Di Scalzo



Fabio Nardi: "Luna dietro al noce"
Illustrazione per la fiaba di Karoline Knabberchen
Gessetto  e matita su cartoncino






Karoline Knabberchen

LA BAMBINA SUL PONTILE
(fiaba per Fabio Nardi con limone - a Natale)

Caro Fabio... stasera, in questo giardino engadinese, tra un pino un noce e una magnolia e con una buccia di limone proprio buffa che fa la parte della luna... recito una fiaba per commuoverti... tua Karoline Knabberchen




C'era un tempo ch'era un luogo: la banchina di un porto.

E un uomo ch'era insieme, ancora, chierichetto monello e capitano d'antica nave cresciuta sopra una camera o forse mansarda. Egli viaggiava con questo vascello composto anche del suo sogno d'alberature e flutti sulle montagne,... viaggiava viaggiava viaggiava sperando - un giorno - di poter attraccare in un porto, e scendendo dal ponte sul molo trovare la mano dell'amore che stringeva la sua.


Con lei andrò a comprare un carciofo, si diceva, perché tra questi aspri monti non crescono carciofi da gustare nell'intingolo foglia a foglia, evitando il prune.

(E se questo era un desiderio simbolico o solamente naif, un po' scemo, lui non lo sapeva: però se senso della sua vita aveva la mano nella sua andandolo a comprare assieme glielo avrebbe rivelato).

Ma gli anni passavano, il chierichetto era diventato più che altro un capitano solitario, un vecchio lupo di mare che sognava di giorno e la notte parlava con l'amico barbiere morto da anni. Era una persona molto pratica, ma nessuno se ne accorgeva... Neppure lui in effetti ne era un gran che certo. E doveva star lì a navigare in una stanza a vele dispiegate nel sogno senza sbocco!



Altrove c'era una bimba poetessa, piccola piccola che guardava spesso le stelle - sopratutto nei cieli estivi sul mare -  La sua vita passava con lei ritta sul molo della città. Così vide molti luoghi fantastici, raggiunse paesi dove i cammelli pascolavano il deserto e dove gli dei ridevano allegri increspando di bianco le onde.



Lei scriveva parole con la bocca e gli occhi e le sopracciglia... e aveva con sé una tazzina con dell'olio, una goccia di limone, ma non aveva il carciofo. Nessuno leggeva quelle poesie così belle, e quindi attendeva sul molo viaggiando ancor più lontano. E l'intingolo mancato faceva apparire la sua personcina solitaria ancor più insensata agli occhi degli altri.

Un giorno d'inverno, quando il mondo pareva una strada chiusa per il Chierichetto Capitano, la nave attraccò dalla montagna su di un'onda più ampia di altre: lì in cima giocava graziosa, sul pontile, la Bimba poetessa con immagini struggenti evocate che sembravano un'estate da film cinemascope. Il Chierichetto guardò in viso la Bimba, il Capitano guardò il volto della Poetessa: lì - su quel viso tanto delicato - lesse poemi immensi, lesse la sua stessa vita e le avventure vissute in una nave che da anni solcava gli alti flutti dei monti... La poetessa - per la prima volta - sentì pronunciare le parole che da anni aveva raccolto nella sua camicetta, tanto che il petto le scoppiava d'amore.

Non si dissero nulla. Lei allungò la mano, lui gliela strinse.

Era una vita sola. Una vita che si ricongiungeva. E anche il carciofo avrebbe trovato il suo olio, la goccia di limone, denti sorridenti.








SULL'OLANDESE VOLANTE BARRA ROSSA/CDS/KAROLINE K




(Guarda-Engadina 1959 - Lofoten-Norvegia 1984)











mercoledì 29 novembre 2017

Karoline Knabberchen: L'Impiccato sul ponte di Kafka. Racconto trascritto da Claudio Di Scalzo dal Diario di KK, 1983



CDS: "L'impiccato sul Ponte di Kafka", 1983





Karoline Knabberchen

L'IMPICCATO SUL PONTE DI KAFKA

(racconto trascritto su file dal Diario di KK, 1983)

Sono un uomo la cui sorte è misera quanto il suo passato, se un passato l’ho mai avuto. Dacché mi ricordi infatti, vivo penzolando dalla giacca di costui, che è un ponte. Non conservo ricordo del prima: se fossi altrove, con lui e senza di lui, o se altro destino avessi se non dondolare , come impiccato, dalle falde del suo soprabito. Tant’è, vivo qui, oscillando con le gambe sopra il baratro, sbattuto dal vento che sferza costantemente questa gola, e s’alza a balzi, scotendomi come una banderuola. Potrei anche essere scambiato per quei pesci pagliaccio che abitano gli abissi all’interno di anemoni, e che in simbiosi con essi ondeggiano secondo come li spinge la corrente; non fosse che me ne sto appeso guardando il fondo anziché la superficie, e che su di me agisca tutta la pesantezza della gravità.

Non mi è dato sapere se l’uomo ponte sia al corrente della mia esistenza, poiché a causa del continuo svolazzamento degli abiti, riesco ad intravvedere appena un accenno di volto: talmente poco, che non potrei descrivere com’è fatto, né saprei riconoscerlo per strada, qualora mi capitasse d’incrociarlo.

Da questa ingrata posizione conservo altresì un’ottima visuale sui luoghi intorno. So bene che l’uomo ponte vive la condizione opposta alla mia: egli è ben saldo, con piedi e denti ficcati a fondo nel terreno. Ma non tutte le giornate sono uguali: capita ch’egli s’angosci e gema (sì, a volte lo sento piangere e disperarsi: è il vento a portar fin qui i suoi lamenti), poiché ignora tutto quanto gli è attorno. S’accorge del mutare delle stagioni e delle condizioni atmosferiche grazie agli altri sensi, perché la vista gli è preclusa: odora i forti profumi di resina e fiori a primavera, il gelo dell’inverno lo attraversa, cospargendo il suo corpo d’un soffice manto di neve.

Capitò un giorno un fatto straordinario: un viandante giunse fin qui. Sbucò come dal nulla, rimanendo per ore sul margine del bosco. Lo vidi avvicinarsi, certo animato da non buone intenzioni: lo osservai brandire per aria il suo bastone dalla punta di ferro, agitarlo sopra le nostre teste come una spada. Avrei voluto avvertire l’uomo ponte, metterlo sul chi va là: e tentai infatti (benché sapessi in cuor mio dell’inutilità del gesto), gridando con quanto fiato avessi in corpo, e spingendomi come su di un’altalena, sperando infine egli mi notasse. Fu tutto inutile, anche perché mi trovavo sempre naturalmente sottovento: era dunque improbabile che la mia voce lo raggiungesse in qualche modo, catturandone l’attenzione. Rischiai oltretutto di cadere, fui sul punto di mollare la presa e lasciarmi andare di sotto, stremato dallo sforzo dei movimenti e dallo sgolarmi senza risultato.





E avvenne poi quanto avevo paventato. L’uomo ponte, nel tentativo estremo di vedere chi lo stava attraversando, pungolandolo col bastone di ferro, si voltò precipitando entrambi nello stretto dirupo che sovrastavamo. Il balzo fu abbastanza lungo da permettermi di raddrizzarmi e sistemarmi sulla sua pancia: lo strinsi con prepotenza, ficcai gli occhi nei suoi per la prima volta, con sguardo di rimprovero per quel suo agire sconsiderato.

Egli morì dopo poco, col capo rivolto al cielo, senza una sola smorfia che lasciasse trapelare su quel volto un’emozione, un sentimento, fosse di dolore o di gioia per la liberazione.


Ora io, riverso a terra, con i piedi che lambiscono l’acqua ghiaccia del torrente che per tutto quel tempo avevo osservato dall’alto, non so che fare. Non esiste alcun sentiero, alcun appiglio, per cui sperare una risalita.





sabato 18 novembre 2017

Claudio Di Scalzo: L'agguato a gennaio. Di padre in figlio con tradimento. Alla tomba di Libertario Nardi. Dal "Canzoniere di Karoline Knabberchen"


Libertario Nardi con il figlio Fabio




Claudio Di Scalzo detto 


L’AGGUATO A GENNAIO. DI PADRE IN FIGLIO CON TRADIMENTO ONTOLOGICO

(
capitolo del feuilleton e melodramma
che attiene al "Canzoniere di Karoline Knabberchen")


Questa la storia nuda e cruda. Babbo. Sono qui a raccontartela in questo gennaio ventoso. Ti ricordi di cosa mi dicesti quando tornai a casa, avevo dieci anni, ferito alla testa dai sassi che mi avevano tirato?; maculato nelle braccia per i colpi di bastone ricevuti nell’agguato da quelli della mia età e anche dai più grandi? Ricordi che capitai in questo agguato con Franceschino che mi aveva convinto che lì c’era un antico elmetto tedesco residuo della seconda guerra mondiale e invece c’erano i suoi nuovi amici con le fionde  e i bastoni? Mi difesi ma erano in tanti e fu uno scempio!

Giunto  a casa mi vedesti dal camion. Stavi caricando balle di grano. Tua madre così non deve vederti! Mi sorreggesti. In casa, assente Elvira, era andata a  consegnare la gonna cucita per il matrimonio di una cliente, mi lavasti il viso, mi desti l’acqua ossigenata in testa, dicesti che non c’era necessità di punti, mi mettesti la pomata sulle braccia e le spalle dove le macchie erano diventate da rosse  nere. Mi facesti respirare forte per capire se i polmoni avevano retto. Mi facesti  stare su di un piede per vedere se avevo ancora l’equilibrio. Lo facevamo anche da partigiani dicesti. Ora come le bestie ferite ci vuole la tana! Il silenzio. Sopportare il dolore. Scoprire che è meglio essere traditi che tradire. Questo mai! Mai!! Figliolo!!! La prossima volta, fai come facevo io, guarda le mani di chi ti accompagna. Poi gli occhi. Le mani non stanno mai ferme in chi tradisce. Le palpebre battono più forte. Non reggono lo sguardo.

Quella sera venni a trovare quella che sarebbe diventata tua madre. Gilberto mi aveva preparato un nascondiglio. Nella sua stalla. In una botte vota. Accanto alle altre piene.  In caso di pericolo mi sarei nascosto lì. Ma anche per vedere la Nada senza pericolo. Quando arrivai lo vidi inquieto. Le mani non gli stavano ferme. E batteva le palpebre come un telegrafo morse.

Entra nella botte che vado  a chiamare l'Elvira. 
Non mi fidai. Seppi in un attimo che ero tradito. Fuori c’erano i fascisti e i tedeschi. Mi ficcai nel tino e come nei film presi  a rincattucciarmi sul fondo del mosto respirando con una cannuccia trovata. Sentii la smitragliata alla botte dove sarei dovuto stare. Le urla di disappunto alzato il coperchio. Pensarono fossi scappato. I fascisti dissero alla spia, a Gilberto, che ormai era “bruciato”  che doveva seguirli intruppandosi con le brigate nere e le SS. Imprecava il dannato contro me. Tre settimane dopo gli americani giunti a Pontasserchio, nell'agosto del 1944, in uno scontro a fuoco l’avrebbero ucciso. Non ho mai pensato  a cosa gli avrei fatto se lo prendevo. E’ una fortuna non esser stato messo alla prova. Uccidere a sangue freddo non mi è mai riuscito. Solo per difesa.

Guarda le mani e gli occhi la prossima volta figliolo mio. Piccolo Fabio coraggioso. Siamo partigiani noi Nardi. E non possono vincerci. Mi hai rimboccato le coperte. Mi sono addormentato con gli occhi bagnati  e una goccia di sangue mi colava dal naso.

Quel lontano tradimento che subì mio padre, in questo gennaio 2017, ha compiuto il suo circolo con il figlio. Non ho potuto guardare né gli occhi né le mani di chi mi "tradiva". E con me la mia Karoline Knabberchen. È avvenuto usando il web: un sito poetico e culturale. Ancora una volta non ho potuto difendermi. Curami da dove sei, ancora le ferite, babbo!  Compagno mio. Proteggi le mie spalle Karoline. Amata mia.






domenica 12 novembre 2017

Claudio Di Scalzo: "Il Cerchio nell'acqua e la macchia rossa". Sogno rivelatore, omaggio a Edgar Allan Poe. Dalla raccolta "Amori a bassa quota"








Claudio Di Scalzo 

IL CERCHIO NELL'ACQUA E LA MACCHIA ROSSA

(il sogno rivelatore, omaggio a Edgar Allan Poe)

(dalla raccolta di racconti: "Amori a bassa quota")


Sognava e aveva freddo. Gennaio imperversava tra le canne del laghetto o forse era una palude rilucente ghiaccioli. Sulla riva sassi e fanghiglia con brina sciolta sopra nidi disertati dai migratori. Prese un sassolino e lo getto sulla bruna superficie increspata. Disse ad alta voce: “La tua poesia è come un sasso nell’acqua che allarga cerchi e porta linfa, il verbo?, nelle periferie del corpo poetico da cento anni stagnante”.

A quel punto da una delle impronte di piedi scalzi, dove l’acqua batteva la sabbia ricovero di rane, udì la voce irridente che diceva: “L’hai già scritta questa interpretazione per un altro poeta. Enfatica, melensa, recitazione da scolaretta che lecca la cattedra”. 

Lo spavento fu enorme, scappò perdendo l’orientamento, s’addentrò tra gli alberi che pescavano fronde nell’acqua, batté musata in un ramo fino a stordirsi, travolse nidi di averle schiacciando uova e tuorli. Si muoveva come automa con dolori alle gambe. Si svegliò e la finestra s’era aperta sotto una burrasca di vento. La mano che aveva stretto il sasso gettato in acqua lanciava fitte. Si guardò il palmo. Scoprì che su di esso s’era disegnata una macchia bruciante come  rosso tuorlo. Vide la carne viva sotto la pelle scomparsa. 

È rimasta nell’acqua?, si chiese. Provò a reggere la penna per scrivere versi imitanti quelli calcati sulla sua fronte dall’urto nel ramo. Udì dall’impronta del piede sabbioso apparso sulla mattonella della camera ancora la voce scherzosa che diceva: “Anche questo l’hai già fatto! Sei stucchevolmente servile nella mimesi nelle dediche”. 


S’alzò con rabbia  fremente dal letto, prese da sotto il guanciale la lettera che definì calorosa, dove la sua mano il sasso l’acqua i cerchi il verbo, venivano istruiti con una teoria strabiliante, e prese a strofinare l’impronta fino a cancellarla. Il palmo della mano spellato lanciava fitte, sanguinava in alcune parti.  “Queste parole sono fenomenali”, si disse, “meglio di Ava come Lava!, mi guariranno anche la ferita”. Si voltò su di un fianco. E smise di sognare.