mercoledì 12 aprile 2017

Claudio Di Scalzo: Giovanni Boine evocato ectoplasma per il centenario della morte il 16 maggio 2017




CDS
 Giovanni Boine evocato ectoplasma sparge sangue sul medium-critico letterario






Claudio Di Scalzo

GIOVANNI BOINE EVOCATO ECTOPLASMA

Nella seconda lettera che Giovanni Boine Malato e morente indirizza  al se stesso Sano che un tempo fu (la prima è quella sul "Disgusto" verso gli scultori del fiato dei poeti morti, NdC l'epistolario), la scrive sarcastico mentre tossisce nel petto tamburo, una volta morto,  e chissà quando, anche se il tempo è più fluido della risacca sotto questa casa, qualche colta combriccola intellettuale, molteplici poetesse tipo Aleramo sedute sul ramo della loro enfatica interiorità di prima mano, e poeti tipo Papini e Soffici con codazzo di seguaci un po' ruffiani un po' mendaci, mi evocherà  e come se fossi un ectoplasma in una seduta spiritica, mi metteranno in bocca parola e linguaggio che al loro medium-critico-mago seppure un tantino teoricamente vago, e ai poeti in circolo in strette mani, in commossa fede tipo Getsemani,... interesserà che io dica  e pronunci per avvalorare qualche loro ego-cosmica e paradossale e spropositata teoria letteraria da Grand Guignol parente della bêtise-stronzata da Flaubert canonizzata,... PERTANTO! io, Giovanni Boine Malato e morente un dì parente del Boine sano e pugnace, qui dichiaro, che se evocato ectoplasma, sputerò sangue a fiotti sulle nobili teste cercanti da me investitura rendendo la mia vita nell'oltretomba una iattura.

Terminata la lettera, Giovanni Boine, sentì una risata epocale fatta da quel se stesso sano che gli sembrò un evocativo Plauso a lui malato morente e botte date all'indirizzo giusto anche se da sani c'è più gusto.  

    

Claudio Di Scalzo: Il disgusto di Giovanni Boine. Raccontino per il centenario della morte il 16 maggio 2017.



CDS
 Il disgusto di Giovanni Boine verso chi modella il suo fiato 
per ricavarci statuina da esporre






NOTICINA MENTRE L’ALBA S’AVVICINA

“Il disgusto di Boine” nasce ovviamente dalla mia biografia. Non sono uno studioso particolarmente titolato per scrivere su Giovanni Boine, non sono né un accademico, né un intellettuale, e nemmeno un poeta, ma conosco il disgusto, verso le cose letterarie che da inizio novecento al duemila, con i Papini e i Soffici e i Croce!, e cento anni dopo, nel 2017, con i loro discendenti fumiganti teorie per martellare i denti on line e con l'ausilio di pomposi libri di carta che era meglio se incartava verdura, portano alla bocca del mio stomaco! E avendo letto Giovanni Boine, fin da giovinetto - mi convinse a farlo Silvio Guarnieri studioso del Frammentismo Vociano – ora con le tempie grigie, e in un aprile che va verso maggio, m’è venuta fantasia di immaginare una lettera, una delle ultime che Boine scrive Malato a se stesso Sano. Con disgusto. 
E di questo epistolario son io il custode. 








Claudio Di Scalzo

IL DISGUSTO DI BOINE

A centenario della morte di Giovanni Boine, alle porte,  il 16 maggio 2017, forse sarebbe il caso, in un Post-Libro, in qualche Post-pagina, anche Post-Parola?, da aggiungere ad “Agonia”, a “il ceppo inutile del male”, ai giorni in cui fu lasciato solo e morente dagli esimi conoscenti poeti e da chi diceva di amarlo!,... di evocare, mi dico e scrivo, per i tempi presenti, quando immagino, penso, presumo, molto temo, eccome se lo temo!, l'incedere di alcune menti coltissime, in cerca d'alloro criticante che lo "cureranno" (rendendolo ancor agonizzante facendogli danno!) in incontri commentanti-belanti-citazionnati e interpretazioni sparse come curative pozioni! (oddio! che emozioni! sembra qui con noi tanti bacioni!) in rete, sui blog con gabinetto sui sociàl per necroforo bàl   … di materializzare, diciamo proprio così, il suo DISGUSTO, la sua NAUSEA,  il suo RIBREZZO, la sua totale avversione fino a morirne verso i gruppi intellettuali che modellano la poesia come la creta per ricavarci modellini di possibili statue (con linguaggio enfatico ipertrofico al cubo), di là da scolpire, dominanti poi la città della letteratura italiana. Dall'alto. 

Insomma la solita tiràtèra reazionaria aggiornata. Sulla missione della poesia per redimere lo monno! instupidito assai a cumpa! or ci siamo noi acca! Si mette in scena costà, dentro una colta sema, il ritornino col riportino al mondo neoclassichino con miti triti per tipi e tipe in similoro barchino!

È lo stesso Giovanni Boine, in una lettera a se stesso, più che lettera un frammento frantumato più d’un nocciolo d’oliva in frantoio che olio più non dà, a ricordare, con nausea, questa prassi degli, come li chiama lui, “scultori del fiato d’altri”. 

Caro BOINE SANO, ora che stai morendo, non pianteresti un pugno nel grugno a giugno, se tu ci arrivassi, a chi vorrebbe inserirti nel modellino in creta, te, come altri poeti, per futura statua ciclopica che mai, essendo scultori mediocri, realizzeranno? affinché essa statua domini il panorama letterario italiano e porti nome altisonante più dei poeti scolpiti allo scultore indefesso?

BOINE MALATO si rispose mentalmente, non aveva più la forza di ridacchiare, né di alzare un pugno chiuso verso chicchessia. Una pedata nel fondoschiena, di punta, pensò, do e darei, a questi scultori e ai loro seguaci,  ce ne sono! eccome se ce ne sono! nelle patrie lettere, vil razza dannata e malcreata, di lacchè in livrea! 

Lascio ogni mio scritto accidentato, pensò. Non pubblicato. Anche per questo. Per non aver niente  a che fare con questi modellatori del mio fiato. Che va al Nulla o a Dio non so!  

Modellatori, come Alessandro Casati, che se ne sta giulivo in giro col suo cerchio di pensatori e poeti  e scrittori e artisti, dimenticando questo scemo che gli scrisse lettere e lettere e che la sua opera confidava - come il mio corpo malato e morente - proteggesse.

Se avessi ancora tempo scriverei un’opera sul disgusto, sulla nausea sul ribrezzo verso chi amministra o crede d'amministrare la poesia. E invece c’è soltanto questa lettera mentale da Poeta Malato a Poeta Sano che fui.

Ma anche questo è un bel Botto! L’ultimo. E il Plauso lo riservo a me che muoio innocente nella mia crudeltà e, anche se è da ridere a pensarlo, Sano tra tanti corpi corrotti dall’ambizione della carriera letteraria e scultorea. Malati verso gli altri e verso se stessi pensando d'esser sanissimi in lor testa ragionante e raziocinante come uno scalpello che picchia nell'acqua che scorre!






domenica 9 aprile 2017

Giovanni Boine (1887 - 1917) OPERE SCELTE a cura di Claudio Scalzo


CDS: GIOVANNI BOINE MUORE - Tecnica mista su carta 20 x 30








SUL BLOG TELLUSFOGLIO 


a cura Claudio Di Scalzo

un'ampia selezione di opere dell'autore, un'ideazione transmoderna narrativa

e disegnata e fotografata del mondo di Giovanni Boine


SULL'OLANDESE VOLANTE


GIOVANNI BOINE a cura Claudio Di Scalzo






venerdì 3 marzo 2017

Nomadi - Claudio Di Scalzo: Marinaio di 20 anni, L'olandese di 64 anni

    

                                                                         "JOLLY ROGER CDS"  CONTO DA SALDARE
                                 CHINA MATITA FOGLI DISEGNI BRUCIATI CENERE  - NOTTE 1.III.2017







LA CANZONE DELL’OLANDESE VOLANTE



A 20 anni e a 64 anni… flutti solcai!
Ero e sono l’Olandese Volante senza ragione
Fantasma visto da coste e tante persone
E sempre solo con la mia rotta restai.

Nel pauroso mar presi col ciel discussione
Tra scariche di lampi mi detestai
Fu ricchezza rara non aver padrone
Della Poesia in me seppi il torto ma la scusai.

Al tempo del dolore son consegnato e nella vita
Follia e avventura seguo per inesausto cammino
Certo che punito perderò dell’amor la partita.
Faccio il conto degli anni a capo chino
Per disperazione mi mordo le dita
Sibilo al timone ch’è mio fatal destino.

Anche nell’eterna Rete tra diversa gente
Ogni tragica avventura ha conclusione
Ciò spera il Capitano volto al Niente
Che Senta mia donna mi porti salvazione.

ORE 2,00 - 1 III 2017









POLENA NOTTURNA


…. ho letto Schelling e Dumas, ascoltato Wagner e i Nomadi, la differenza per i canoni dell’estetica tra le opere credo di saperla, ma… aspiro, se mai avverrà, a essere ricordato perché on line proposi l’avventura di un uomo - con il mio nome (tanti nomi?) - che fu poema grafico, fumetto rischioso, poesia in forma di racconto e che per questo venne salvato - nell’ultima impresa (perché so che questa è l’ultima) - come Olandese Volante sull’oceano dei testi alla deriva, da una donna il cui nome anch’esso un giorno accanto al mio sarà accostato perché per lei scrissi un Canzoniere. E lei a me dedicò la sua vita e la sua poesia. si chiama SENTA (come nell'opera di WAGNER) - Tutto il resto per me è Cenere. Cenere reale di libri e disegni con la quale ricamo i miei Jolly Roger e cenere spirituale sopra il calendario dimenticato sulla terraferma.







NOMADI – AUGUSTO DAOLIO




MARINAIO DI VENT'ANNI

Quando il mare fa paura
e le onde son leoni e
compaiono dal niente
marinaio di vent'anni
non guardare su nel cielo
il tuo cuore cederà
e l'Olandese Volante che và,
che và, che và.

Con la prua contro il Niente
quella nave solca il mare
comandata da un fantasma
lo conoscono nei porti
lo conoscon dappertutto
e l'Olandese Volante che và,
che và, che và.

Con le onde contro il viso,
con la prua della nave
che combatte contro il mare
marinaio di vent'anni
non guardare su nel cielo
tra le scariche dei lampi
e l'Olandese Volante che và,
che và, che và.

Fu punito anticamente
per avere bestemmiato
il suo Dio troppo ostile
superando in gran tempesta
Capo di Buona Speranza
e l'Olandese Volante che và,
che và, che và.



www.olandesevolante.com







 

mercoledì 1 marzo 2017

Henryk Sienkiewicz: Il Guardiano del faro. Stein - Di Scalzo - Nada -








DUE LETTERE 
SU "IL GUARDIANO DEL FARO"
DI HENRYK SIENKIEWICZ
   

I suoi occhi scintillavano. Per le nuove strade della vita portava sul petto il suo libro,
e di tanto in tanto lo serrava contro di sé come se temesse di perdere anche quello…


Accio. Mio lontano Claudio. Da Monaco. Ti dedico questa traduzione de Il Guardiano del faro di Sienkiewicz. Sei Guardiano del faro anche tu. Stai nella mansarda. Vetrata che guarda la Valchiavenna. Qui accendi L'OLANDESE VOLANTE. Il ridestarsi in te della nostalgia, per la patria che non sai più dove sia, che vagamente chiami Sud, ti fa somigliare al vecchio soldato dell’insurrezione polacca del 1830 quando scopre che ancora “al di là del suo scoglio esisteva il mondo”. 
Solitudine. Sconfitte. Stolte ingenuità. Sciagurati abbagli. Perdita anche del faro detto L'OLANDESE VOLANTE - accadra! - che poi è il tuo modo di essere poeta… ti riguardano. Possa un giorno trovare requie. Guarire dalla tesknota, intraducibile parola polacca che è struggimento e desiderio insieme a malinconia e speranza - restando quest’ultima in te perché è il tuo cattolicesimo - tornare in patria. Tenere stretto il tuo libro. Senza più scrivere niente. E’ stata la tua erranza. La tua infelicità. Il tuo offrirti alla perdita... 


Tua Margherita



Margherita mia... rispondo da Vecchiano, dalla cucina, dall’ovo fritto mangiato con un carciofo crudo nell’intingolo. Manca la brava cuoca a cucinare orate, cara Margherita. La Nada è in ospedale e il suo stanco cuore rischia di fermarsi se non le accostano un raddoppio della "macchinetta" come chiama lei il by-pass! Pubblicherò il “Guardiano” accettando il paragone. Sono momenti ardui. Speravo ne stesse fuori il cardiogramma materno. Non è stato così. Stamani ho pensato a Parmenide. Forse con la Croce qualche contatto c’è. In una corsia d’ospedale pensavo al filosofo di Elea. A come sia stato un’esistenza intera nel flusso del mutevole, essendone sagomato con la mia fattiva collaborazione, pure creativa e letteraria, ma pensando che esso non appartenesse all’Essere. Cercavo l’essere come ciò che è e le cose mutevoli intuivo che per me erano pura illusione. Avrei dovuto mettermi il cartellino sulla giacca. Con su scritto: Appaio nel tutto scorre e sembro adatto a ciò ma cerco altro, cerco quanto non muta, non scade come il latte, non si trasforma in qualcosa di irriconoscibile, che sia luogo, parola, amore, fede. Non mi convince Eraclito! Neanche la fisica moderna. E neppure la dòxa on line.
Quanto appare, diviene, muore, si trasforma, non è adatto a me. Forse congeniale alla scrittura a cui tanto mi sono dedicato, forse l’estetica non può che trattare questo flusso, però cerco qualcosa che è Immutabile. Sempre vero. Indivisibile. Alétheia. Può formulare questo proposito un umile Guardiano della mansarda? Un Poeta camionista? Forse sì! cara Margherita. Forse sì. E se il web, e i miei weblog non sono altro che apparenza, e che apparenza mi hanno portato, e atti e luoghi e momenti consumati in un baleno di mesi, puoi anche capire che come il vecchio polacco posso perdere questo Faro senza rimpianto perché sono preso da un’altra ricerca che mi distoglie, che mi fa dimenticare il ruolo che ebbi. Mi hai spinto a formulare una dispensa di facile filosofia sulla mia vita che servirà per meditate scelte. Ti bacio il viso bello, che tu sia pronta a raggiungermi a Pisa, che tu mi telefoni ogni giorno per starmi vicina, afferma che nel nostro caso vince Parmenide, sei d’accordo? La mano ti viene data nel bisogno da chi non fingeva nel Sogno. Facile rima, semplice verità.

                                               Claudio detto Accio
     2 marzo 2017
  



HENRYK SIENKIEWICZ
     
 IL GUARDIANO DEL FARO




     

Accadde una volta che il guardiano del faro di Aspinwall, località poco distante da Panama, scomparisse senza lasciare tracce, e poiché c’era stata una grossa burrasca, si pensò che quello sventurato si fosse spinto fino all’orlo del roccioso isolotto su cui s’eleva il faro restando travolto da un’ondata. Questa ipotesi sembrò verosimile perché il giorno seguente non fu ritrovata la barca che egli teneva nell’insenatura della scogliera. Rimase pertanto vacante il posto di guardiano del faro, e s’imponeva di trovare rapidamente qualcuno a cui affidarlo, dato che questo faro ha grande importanza sia per la navigazione locale, sia per i vapori che da New York vanno a Panama. Il golfo dei Mosquitos abbonda infatti di banchi di sabbia che rendono complicata la navigazione anche di giorno; di notte poi, per la foschia che spesso si leva da quelle acque riscaldate dal sole tropicale, è quasi impossibile. Unica guida per le numerose navi è la luce del faro.
Toccava al console degli Stati Uniti, residente a Panama, il cruccio di trovare un nuovo guardiano: impresa tutt’altro che semplice, necessitava trovarlo nello spazio di dodici ore e il successore doveva essere un uomo molto coscienzioso; non era possibile assumere il primo venuto e per di più mancavano i candidati al posto.
La vita sulla torre del faro è solitamente difficile e non si confà affatto alla svagata gente del Sud che ama il libero vagabondare. Il guardiano del faro è quasi un prigioniero. Ad eccezione della domenica non può assolutamente lasciare il suo frastagliato isolotto. Una volta al giorno, da Aspinwall, una barca gli consegna provviste di viveri e acqua fresca, poi subito si allontana e sull’isolotto, la cui estensione è minima, non vi è altri che lui. Il guardiano abita nella torre del faro, ne cura la manutenzione; di giorno fa le segnalazioni appendendo bandierine di diversi colori, seguendo le indicazioni del barometro, e di notte accende la lanterna.
Non sarebbe un lavoro gravoso, se non ci fossero da salire circa quattrocento scalini di una ripida scala a chiocciola per arrivare fino al focolare, in cima alla torre; e questa salita il guardiano del faro la deve ripetere parecchie volte al giorno. E’ una vita da monaco, anzi da eremita.
Non era quindi strano che il signor Izaak Folcombridge fosse molto preoccupato nell’accingersi a cercare uno stabile successore al defunto guardiano, e facilmente si comprenderà la sua gioia quando, quello stesso giorno, inaspettatamente, il successore si presentò. Era un uomo già vecchio, di settant’anni, o forse più, ma vigoroso, dal portamento eretto, che aveva l’aspetto di un soldato. I suoi capelli erano tutti bianchi, la carnagione abbronzata come quella dei creolo, ma dai suoi occhi si capiva che non apparteneva alla gente del Sud. Il suo viso era travagliato e triste, ma aveva un’espressione onesta. Fin dal primo momento piacque a Folcombridge. Gli restava soltanto di saperne di più; tra i due si svolse così la seguente conversazione:
- Di dove siete?
- Sono polacco.
- Che cosa avete fatto finora?
- Una vita errante.
- Il guardiano del faro deve stare volentieri sul suo isolotto.
- Ho bisogno di riposo.
- Avete servito nell’esercito? Potete mostrarmi degli attestati di servizio onestamente prestato allo Stato?
Il vecchio trasse da sotto la giacca il lembo di una serica stoffa sbiadita che assomigliava a un brandello di vecchia bandiera, lo dispiegò e disse: -Ecco i miei attestati. Questa croce l’ho avuta nel trenta. Quest’altra è una croce spagnola, della guerra con i Carlisti; questa è la Legion d’Onore, e questa l’ho avuta in Ungheria durante l’insurrezione del ’48. Poi mi sono battuto negli Stati Uniti contro i Sudisti, ma là non hanno dato croci, e perciò non ho un certificato.
Folcombridge prese il documento e cominciò a leggerlo.
-Uhm! Skawinski? E’ il vostro nome? Uhm!... Due bandiere conquistate con le vostre mani in un attacco alla baionetta… Siete stato un valoroso soldato!
- Saprò essere anche un coscienzioso guardiano del faro.
- Bisogna andare in cima alla torre parecchie volte al giorno. Avete le gambe sane?
- Ho attraversato a piedi le pianure tra New York e la California.
- All right! Conoscete il servizio marittimo?
- Ho servito tre anni sopra una baleniera.
- Avete sperimentato tanti mestieri!
- Soltanto la tranquillità non l’ho vissuta mai.
- Perché?
Il vecchio si strinse nelle spalle.
- E’ il mio destino…
- Tuttavia mi sembrate troppo anziano per diventare il guardiano del faro…
- Sir! - esclamò improvvisamente Skawinski con voce commossa - Sono molto stanco, esausto. Ne ho passate tante, vedete… Questo posto è uno di quelli che più ardentemente ho desiderato. Sono vecchio, ho bisogno di pace! Ho bisogno di dire a me stesso: qui finalmente potrai restare, questo è il tuo porto. Ah, sir, dipende soltanto da voi! Un altro posto come questo forse non lo troverei più. Che fortuna essermi trovato qui, a Panama… Vi supplico!... Come amo Dio, credetemi: io somiglio a una nave che se non entra nel porto affonda… Se volete fare felice un vecchio… Vi giuro che sono un uomo onesto, ma… non ne posso più di questa vita randagia.
Gli occhi celesti del vecchio esprimevano una preghiera così ardente che Folcombridge, il cui cuore era semplice e buono, si sentì commosso.
- Well - disse. - Vi assumo. Siete il guardiano del faro.
Il viso del vecchio si illuminò di un’immensa gioia.
- Grazie.
Potete andare oggi stesso sulla torre?
- Sì.
- Allora Good bye! Ancora una parola: per qualsiasi mancanza nel vostro servizio sarete licenziato.
- All right!
Quella sera stessa, quando il sole era già tramontato dall’altra parte dell’istmo e alla giornata luminosa seguiva la notte senza crepuscolo, il nuovo guardiano era evidentemente già al suo posto, perché il faro gettava sul mare, come sempre, i suoi fasci di luce scintillante. Era una notte assolutamente calma e silenziosa; una vera notte tropicale, soffusa in una nebbia chiara che disegnava attorno alla luna un grande cerchio dai colori dell’iride e dai bordi soffici e imprecisi.
Soltanto il mare era agitato per la crescente marea. Skawinski stava immobile sulla porzione di roccia, poi accanto ai giganteschi focolari del faro; dal basso lo si sarebbe detto un minuscolo punto nero. Cercava di raccogliere le idee e di rendersi conto della sua nuova situazione, ma il suo pensiero era ancora troppo oppresso, perché potesse svolgersi regolarmente. Sentiva qualcosa di simile a ciò che deve provare una bestia braccata quando alla fine riesce a rifugiarsi su una roccia inaccessibile o in una grotta. Finalmente era giunta per lui l’ora, il tempo della pace. Una sensazione di sicurezza colmava d’inesprimibile gioia l’anima sua. Sì, su quello scoglio avrebbe potuto anche farsi beffe della passata vita nomade, delle sventure e degli insuccessi di un tempo. Era davvero come una nave, a cui la tempesta aveva spezzato gli alberi, strappato il sartiame e le vele, sballottata dai venti in mezzo al mare; come una nave flagellata dalle onde che tuttavia era riuscita a entrare nel porto.
Le immagini di quella tempesta affioravano ora l’una dopo l’altra nella sua mente, in contrasto col tranquillo avvenire che stava per iniziare. A Folcombridge aveva raccontato soltanto una parte delle sue singolari vicende, ma non aveva tuttavia accennato alle centinaia di altre avventure della sua vita.
Ogni volta che piantava la sua tenda e accendeva il focolare, per fissarsi definitivamente in un luogo, egli aveva la sfortuna che il vento abbatteva i pioli della tenda, disperdeva il fuoco e trascinava lui stesso alla rovina. Guardando ora dalla terrazza della torre le onde illuminate, ricordava tutto ciò che aveva passato.
Si era battuto nelle quattro parti del mondo, e nella sua vita errante aveva provato quasi tutti i mestieri. Laborioso e onesto, era riuscito talvolta a mettere da parte un po’ di denaro, ma l’aveva sempre perduto, contrariamente a tutte le previsioni e nonostante la maggiore prudenza. Era stato cercatore d’oro in Australia, di diamanti in Africa; cacciatore del governo nelle Indie Orientali. Quando, più tardi, aveva creato una fattoria in California, la siccità l’aveva rovinato; aveva provato a commerciare con le tribù selvagge che abitavano nell’interno del Brasile: la sua chiatta si era fracassata sul Rio delle Amazzoni, e aveva errato, inerme e quasi nudo, per alcune settimane nelle foreste, nutrendosi di frutti selvatici, rischiando ad ogni momento di finire nelle fauci delle belve. Aveva inventato una botteguccia ad Elena, nell’Arkansas; era era stata distrutta nel grande incendio della città; poi nelle Montagne Rocciose era caduto nelle mani degli indiani, e solo per miracolo era stato salvato da alcuni cacciatori canadesi. Aveva fatto il marinaio sopra una nave che faceva rotta tra Bahia e Bordeaux, poi era stato ramponiere su di una baleniera: entrambe le navi erano andate a picco. Era stato padrone di una fabbrica di sigari all’Avana, e il suo socio l’aveva derubato, mentre lui giaceva ammalato di vomito.
Finalmente era arrivato ad Aspinwall, e qui doveva essere la fine dei suoi insuccessi. Che cosa avrebbe potuto raggiungerlo ancora su quell’isolotto roccioso? Né l’acqua, né il fuoco, né gli uomini. Dagli uomini, del resto Skawinski non aveva avuto molto male; ne aveva incontrati anzi più spesso di buoni che di cattivi. Sembrava invece che tutti i quattri elementi lo perseguitassero. Quelli che lo conoscevano, dicevano che non aveva fortuna, e con questo spiegavano tutto. Lui stesso, del resto, era diventato un po’ folle: era convinto che un’entità potente e vendicativa lo perseguitasse dovunque, su tutti i continenti, su tutti i mari. Non gli piaceva tuttavia parlare di queste cose; talvolta quando gli chiedevano quale potesse essere questa entità, indicava soltanto con aria misteriosa un’opaca stella lontana, e diceva che tutto veniva di là… In realtà le sue sventure erano state così continue, da apparire inspiegabili e bizzarre, e potevano facilmente far nascere delle fissazioni in chi ne era vittima. In ogni caso egli aveva la pazienza di un indiano e quella grande e calma forza di resistenza che deriva dalla rettitudine del cuore.
Una volta, in Ungheria, aveva ricevuto parecchi colpi di baionetta, perché non aveva voluto afferrarsi alla staffa che gli veniva indicata come mezzo di salvezza, e gridare pardon. Nello stesso modo non si arrendeva alla sventura. Si arrampicava con la perseveranza di una formica; cento volte ricacciato indietro, riprendeva da capo il suo viaggio per la centesima volta. Egli era, nel suo genere, un tipo davvero singolare. Quel vecchio soldato dal volto abbronzato in Dio sa quante battaglie, temprato nelle avversità, picchiato e incatenato aveva il cuore di un fanciullo. Durante una epidemia a Cuba si era ammalato perché aveva dato tutto il suo chinino agli altri, senza tenerne per sé, della considerevole provvista che aveva, neanche un grammo.
In lui c’era anche questo di strano: dopo tante delusioni era ancora pieno di fiducia, e non perdeva speranza che tutto, un giorno, sarebbe andato bene. Nell’inverno si rianimava sempre e prediceva dei grandi avevnimenti. Li attendeva con ansia, e pensando ad essi viveva per anni interi… Ma gli inverni passavano, l’uno dopo l’altro, e per Skawinski non portarono altro che la canizie che gli imbiancava il capo.
Finalmente invecchiò e cominciò a perdere la sua energia. La pazienza assomigliava sempre più alla rassegnazione. L’antica calma si trasformò nell’inclinazione all’intenerimento, e quel veterano dall’animo temprato era facile alla commozione, pronto ad addolcirsi per qualsiasi cosa.
Oltre a questo, di tanto in tanto, si sentiva oppresso da una profonda nostalgia, che ogni circostanza poteva rendere acuta: la vista delle rondini, di una specie di uccelli grigi che somigliavano ai passeri, la neve sulle montahne, una melodia che assomigliava a qualche altra ascoltata un tempo…
Alla fine un solo pensiero lo dominava: riposarsi. Questo pensiero si era impadronito di lui, interamente; aveva assorbito tutti gli altri desideri, tutte le altre speranze. L’eterno randagio non riusciva a sognare nulla di più profondamente anelato, nulla di più prezioso di un cantuccio tranquillo in cui poter riposare e attendere in pace la fine.
Forse perché la bizzarria del destino l’aveva gettato per tutti i mari e per tutti i paesi, senza che quasi avesse la possibilità di riprendere fiato, egli s’immaginava che la maggiore felicità umana fosse quella di non andare per il mondo vagando. Aveva davvero diritto a una felicità tanto modesta, ma abitutao com’era alle delusioni, vi pensava come gli uomini pensano generalmente alle cose irraggiungibili. Attenderla, quella felicità, non osava. E invece, inaspettatamente, nello spazio di dodici ore, aveva trovato l’impiego che averbbe scelto tra quanti ce ne sono al mondo.
Non c’era nulla di strano dunque, se quella sera, accendendo il faro fosse come inebriato, e che domandando a se stesso se era proprio vero, non avesse il coraggio di rispondere “sì”. Ma la realtà gli parlava con delle prove inconfutabili; così, sulla terrazza, passarono per lui le ore, l’una dopo l’altra. Guardava, saziava l’anima sua, si persuadeva che tutto era vero. Sembrava che per la prima volta vedesse il mare.
Gli orologi di Aspinwall avevano già suonato la mezzanotte, ed egli non aveva ancora abbandonato la sua posizione e continuava a fissare lo sguardo lontano. In basso, ai suoi piedi, scrosciava il mare. La lente del faro gettava nell’oscurità un gigantesco cono di luce, oltre il quale gli occhi del vecchio si perdevano in una lontananza di tenebre, misteriosa e terribile. Ma quella lontananza sembrava correre verso la luce. Ondate lunghe forse un chilometro si precipitavano dalle tenebre. E quando ruggendo arrivavano fino ai piedi dell’isolotto, egli scorgeva i flutti spumosi scintillare di un colore rosato nella luce del faro. La marea continuava a crescere e sommergeva i banchi di sabbia. Il misterioso linguaggio dell’oceano si faceva sempre più posente e fragoroso; ora simile al rombo di cannoni, ora allo stormire di gigantesche foreste, ora a un vocìo umano lontano e confuso. Per un istante tutto sembrava tacere, poi agli orecchi del vecchio risuonavano come dei profondi sospiri, poi dei singhiozzi, e di nuovo improvvisi, minaccioso fragori. Finalmente il vento disperse la nebbia, ma sospinse delle nuvole nere i cui brandelli coprirono la luna. Da occidente il vento soffiava sempre più forte. Le onde si precipitavano con furia contro lo scoglio del faro e con la loro schiuma ne lambivano le fondamenta. In lontananza brontolava la tempesta. Sulla distesa oscura e burrascosa si accesero delle luci verdi; erano le lanterne appese agli alberi della navi. Quei puntini verdi ora salivano in alto, ora precipitavano in basso, o oscillavano a destra e a sinistra.
Skawinski discese nella sua stanza. La tempesta ululava; laggiù, su quelle navi, degli uomini lottavano contro la notte, contro le tenebre, contro le onde. Nella stanza tutto invece era tranquillo e c’era il silenzio. Persino l’eco della tempesta penetrava debolmente attraverso le spesse mura, e il ritmico tic-tac dell’orologio sembrava cullare il sonno del vecchio affaticato.







II

Passavano le ore, i giorni, le settimane…
I marinai affermano che quando il mare è molto agitato si sente talvolta nelle tenebre della notte una voce che li chiama per nome. Se l’infinito del mare può chiamarsi così, può darsi, quando un uomo si fa vecchio, che un altro infinito lo chiami, un infinito ancora più oscuro e misterioso, e che a lui quei richiami siano tanto più cari quanto più è stanco della vita. Ma per ascoltarli occorre il silenzio. Del resto la vecchiaia ama isolarsi, come nel presentimento della tomba.
Il faro era ormai per Skawinski quasi come una tomba. Non vi è nulla di più monotono di una simile vita: i giovani, se vi si adattano, dopo poco tempo abbandonano il servizio, così il guardiano del faro è di solito un uomo anziano, cupo e chiuso in se stesso. Quando, per caso, lascia la sua torre e va tra la gente, cammina in mezzo ad essa come un uomo che si è destato da un profondo sonno. 
Sulla torre mancano quelle tenui sensazioni che nella vita insegnano ad adeguare ogni cosa a se stessi. Il guardiano è a contatto con ciò che è sconfinato e privo di forme definite. Il cielo: un’unità immensa; il mare, un’altra, e tra queste due immensità un’anima solitaria. In questa vita il pensiero è assorto, in una continua contemplazione, da cui nulla, nemmeno il lavoro, può strappare il guardiano del faro. I giorni si assomigliano come i grani di un rosario; l’unica diversità è nel variare del tempo. 
Skawinski si sentiva tuttavia tanto felice come non lo era mai stato in tutta la sua vita. Si levava all’alba, faceva colazione e, dopo aver pulito le lenti del faro, si sedeva sulla terrazza a contemplare il mare nella sua lontananza infinita, e il suo sguardo non si saziava mai delle immagini che aveva dinanzi a sé.
Sull’immenso sfondo azzurro c’erano quasi sempre greggi di vele gonfie che scintillavano sotto i raggi del sole con un tale sfavillio che costringeva a socchiudere gli occhi.
Talvolta le navi, approfittando dei venti che chiamavano alisei, navigavano l’una dietro l’altra, simili a file di gabbiani o di albatri. Le boe dipinte di rosso che indicavano la rotta si dondolavano sulle onde con un movimento tranquillo e leggero. 
Tra quelle vele si alzava sempre a mezzogiorno un gigantesco pennacchio di fumo grigio: era il vapore che trascinandosi dietro una lunga scia di schiuma arrivava ad Aspinwall da New York col suo carico di merci e di passeggeri. Dall’altra parte della terrazza Skawinski vedeva, come se fossero sul palmo della mano, Aspinwall e il suo porto pieno di movimento, la selva degli alberi delle navi, i battelli e le barche; un po’ più lontano, le bianche case e le sottili torri della città. Dall’alto del faro quelle casette sembravano nidi di gabbiani e le barche scarabei; gli uomini si muovevano come minuscoli puntini lungo il corso lastricato di pietre candide.
Al mattino l’alito leggero del vento che veniva dall’est portava il brusio confuso degli uomini squarciato di tanto in tanto dal sibilo dei piroscafi.
A mezzogiorno era il momento della siesta: il movimento del porto cessava, i gabbiani si nascondevano nelle fenditure delle rocce, le onde diventavano più lente, quasi impigrite, e sulla terra, sul mare e sul faro scendeva un silenzio che niente turbava. Le sabbie gialle che le onde, ritirandosi, avevano scoperto, scintillavano come macchie d’oro disseminate sul mare; la torre si stagliava nitida nell’azzurro; torrenti di raggi solari si rovesciavano dal cielo sulla terra, sulle sabbie e sulla scogliera. 
Allora una sensazione piena di dolcezza e di abbandono s’impadroniva del vecchio guardiano del faro; sentiva tutto il benessere di quel riposo, e, pensando che sarebbe durato sempre, diceva a se stesso che più nulla gli mancava.
Skawinski si immergeva nella sognante contemplazione della propria felicità; e poiché l’uomo si abitua facilmente a un migliore destino, rinascevano in lui a poco a poco la fiducia e la speranza. Pensava infatti che se gli uomini costruiscono le case per gli invalidi, perché Dio non avrebbe dato finalmente un ricovero a questo suo invalido?
Il tempo che fluiva rafforzava in lui questa fiducia. Il vecchio si era abituato alla torre, al faro, alla scogliera, ai banchi di sabbia e alla solitudine. Aveva fatto amicizia anche con i gabbiani che deponevano le uova nelle fenditure delle rocce e che ogni sera tenevano consiglio sul tetto del faro. Skawinski gettava loro ogni giorno i resti del suo cibo e adesso, tanto si erano abituati a lui, che gli venivano intorno: un vero turbinio di ali candide circondava il vecchio che andava e veniva tra quegli uccelli come il pastore tra le pecore.
Quando c’era la bassa marea, faceva delle spedizioni sui banchi di sabbia e raccoglieva i gustosi molluschi e le perlacee conchiglie dei nautili che le onde, ritirandosi, avevano lasciato. Di notte alla luce della luna e del faro andava a pescare nelle insenature della scogliera che brulicavano di pesci. 
Si era ormai affezionato a quella roccia ed al suo isolotto senza alberi, dove crescevano soltanto piccole piante grasse che stillavano una resina vischiosa. La povertà dell’isolotto era del resto compensata dalla possibilità di ammirare gli orizzonti più lontani.
Nel pomeriggio, quando l’atmosfera si faceva più trasparente, Skawinski abbracciava con lo sguardo tutto l’istmo, sino al pacifico, coperto di una lussureggiante vegetazione. Gli sembrava allora di vedere un immenso giardino: gruppi di alberi di cocco e gigantesche palme formavano dietro le case di Aspinwall grandi mazzi a pennacchi; un po’ più lontano, tra Aspinwall e Panama si stendeva una foresta immensa su cui ogni mattina e al calare della notte si alzava un vapore rossastro; era una vera foresta tropicale lambita dall’acqua stagnante, intrecciata di liane, frusciante in un unico immenso ondeggiare di orchidee, di palme, di alberi del latte e della gomma.
Col suo cannocchiale di servizio il vecchio poteva scorgere non soltanto gli alberi e le larghe foglie dei banani, ma persino gruppi di scimmie, di grandi marabù e stormi di pappagalli che di tanto in tanto si alzavano sulla foresta, simili al veleggiare di una nuvola dai colori dell’arcobaleno.
Skawinski conosceva bene quelle foreste: dopo il naufragio sul Rio delle Amazzoni aveva errato per settimane e settimane sotto volte verdi simili a quella e tra il folto della boscaglia. Sapeva che quella appariscenza meravigliosa e ridente nascondeva il pericolo e la morte. Nelle notti lì trascorse aveva sentito da vicino le voci sepolcrali delle scimmie urlatrici e il ruggito dei giaguari; aveva visto serpenti enormi dondolarsi sui rami come liane; conosceva bene quei laghi della foresta, sonnolenti e pieni di torpedini e di coccodrilli. Sapeva sotto quale giogo vivesse l’uomo in quelle foreste impenetrabili, dove ogni foglia supera di dieci volte la sua statura, dove sciami di zanzare succhiano il sangue e su ogni albero ci sono ragni velenosi e sanguisughe.
Tutto questo egli l’aveva conosciuto e sofferto; così ora il piacere che provava, guardando dall’alto quelle foreste, era tanto più grande; ne ammirava la bellezza sentendosi al riparo dalle loro insidie. La sua torre lo difendeva da ogni male; egli la lasciava soltanto qualche volta, la domenica mattina; indossava allora il suo cappotto di servizio, che era blu scuro con i bottoni d’argento; appuntava sul petto le sue croci di guerra, e quando uscendo dalla chiesa sentiva i creoli dire tra di loro: “Abbiamo come guardiano del faro una persona per bene, e non un eretico, benché sia uno yankee”, Skawinski alzava la testa bianca con una certa fierezza.
Tuttavia , dopo la messa, tornava subito sul suo isolotto, e vi tornava felice perché non si fidava ancora della terraferma. 
La domenica leggeva il giornale spagnolo che comprava in città o l’Herald di New York che gli prestava Folcombridge, e cercava con ansia le notizie dall’Europa. Povero vecchio cuore! Su quella torre, nell’altro emisfero, batteva sempre per il suo paese… Talvolta quando la barca che gli portava ogni giorno i viveri e l’acqua arrivava all’isolotto, Skawinski scendeva dalla sua torre per fare quattro chiacchiere con la guardia John. 
Ma col passare del tempo si era inselvatichito: non andava più in città, non leggeva i giornali e non scendeva più dalla torre per discutere di politica con John. Per settimane intere nessuno lo vedeva: l’unico segno che il vecchio era vivo era la scomparsa dei viveri che lasciavano per lui sulla riva e la luce del faro che si accendeva tutte le sere con la stessa regolarità con cui in quei paesi il sole sorge ogni mattino sul mare.
Era chiaro che al vecchio il mondo non interesssava più. E non la nostalgia era la causa di questa indifferenza, ma il suo trasformarsi in rassegnazione. Adesso il mondo intero cominciava e finiva per lui su quell’isolotto. Si era ormai familiarizzato all’idea che non avrebbe lasciato la torre fino alla morte, e aveva semplicemente dimenticato che oltre ad essa esisteva ancora qualcosa. Inoltre era diventato mistico. I suoi miti occhi celesti assomigliavano sempre più a quelli di un bambino, eternamente assorti in una lontananza indefinita. 
Nel continuo isolamento, circondato da cose straordinariamente semplici ma grandi, il vecchio cominciò a perdere la consapevolezza della propria individualità; quasi non esisteva più come persona, ma si confondeva sempre più con tutto ciò che lo circondava. Non rifletteva su questo, ma lo sentiva inconsciamente, tanto che alla fine gli parve che il cielo, l’acqua, il suo scoglio, la torre, i banchi dorati di sabbia, le vele gonfie e i gabbiani, le basse e le alte maree non fossero che una grande unità, un’unica immensa anima misteriosa; ed egli s’inabissava in quel mistero e sentiva quell’anima vivere e placarsi. Si abbandonò, si lasciò cullare e dimenticò se stesso; e in quella limitazione della propria esistenza individuale, in quello stato che era tra la veglia e il sonno, egli aveva trovato una pace così profonda che quasi assomigliava alla morte.







III

Ma venne il risveglio.
Un giorno, quando la barca gli ebbe portato l’acqua e la provvista di viveri, Skawinski, sceso un’ora più tardi dalla torre, si accorse che oltre il solito carico c’era anche un pacco. Sulla grossa tela che l’avvolgeva c’erano dei francobolli degli Stati Uniti e, scritto, a caratteri chiari, l’indirizzo: “Skawinski Esquire”.
Incuriosito il vecchio tagliò la tela e vide dei libri; ne prese uno in mano, lo guardò, poi lo rimise con gli altri, mentre le mani cominciavano a tremargli sempre più fortemente. Si coprì gli occhi come se non potesse credere a ciò che vedeva; gli sembrava di sognare: il libro era polacco.
Che cosa significava tutto cio? Chi aveva potuto mandargli quel libro? S’era dimenticato che all’inizio della sua nuova professione di guardiano del faro aveva letto nell’Herald, prestatogli dal console, che a New York era stata fondata un’Associazione Polacca, e che vi aveva mandato subito la metà del suo stipendio mensile di cui, del resto, sulla torre non sapeva che farsene. L’Associazione, per ringraziarlo, gli mandava dei libri. Erano arrivati per la via più naturale, ma sulle prime il vecchio non fu in grado di coordinare le idee. Dei libri polacchi ad Aspinwall, sulla sua torre, in quella solitudine!... Era una cosa tanto straordinaria, quasi un soffio dei tempi lontani che veniva a lui; un miracolo. Gli pareva adesso che come quei marinai che navigano nella notte, anch’egli udisse una voce chiamarlo per nome, una voce molto amata, che quasi più non ricordava.
Rimase qualche istante con gli occhi chiusi, quasi sicuro che, quando li avrebbe riaperti, il sogno sarebbe svanito. Ma no! Il pacco disfatto era sempre dinanzi a lui, illuminato dai bagliori del sole pomeridiano, e sopra il pacco, il libro aperto. Quando il vecchio allungò la mano per prenderlo, udì nel silenzio che era intorno a lui il battito del suo cuore. Lo guardò: erano versi. Sulla copertina, in altro, scritto a grossi caratteri c’era il titolo, e, in basso, il nome dell’autore. Quel nome non era sconosciuto a Skawinski: sapeva che era quello di una grande poeta, Adam Mickiewicz, di cui a Parigi, dopo il 1830 aveva letto le opere.
Più tardi, quando stava combattendo in Algeria e in Spagna, aveva saputo dai compatrioti della crescente fama del grande poeta, ma a quell’epoca era tanto abituato alla carabina, che i libri non li prendeva in mano. Nel ’49 era partito per l’America, e nella sua vita avventurosa non aveva quasi mai incontrato dei polacchi, e mai aveva trovato dei libri polacchi. Con tanta maggiore ansia e col cuore che gli batteva sempre più forte voltò la prima pagina. 
Gli parve allora che sul suo scoglio solitario cominciasse a svolgersi qualcosa di solenne. E c’era in quel momento un grande silenzio e un’immensa pace. Gli orologi di Aspinwall avevano suonato le cinque pomeridiane. Sul cielo limpido non c’era la più piccola nube; soltanto alcuni gabbiani volteggiavano nell’azzurro. L’oceano era come sopito, e le onde lambivano la riva con un mormorio sommesso che si scioglieva dolcemente sulla sabbia. In lontananza sorridevano le chiare case di Aspinwall e i meravigliosi gruppi di palme. Tutt’intorno c’era veramente qualcosa di solenne, una quiete profonda. 
Ad un tratto, in mezzo a quella pace della natura, risuonò la voce del vecchio che scandiva le parole come per capire meglio se stesso:

Zaosie, patria mia, tu sei come la salute!
Quanto si debba stimarti solo apprende colui che t’ha perduta.
Oggi la tua bellezza in tutto il suo splendore
io vedo e descrivo perché mi struggo in te…

La voce gli si spezzò. Dinanzi ai suoi occhi le lettere cominciarono a saltellare; nel petto qualcosa si era squarciato e saliva dal cuore come un’ondata, saliva sempre più in alto fino a soffocargli la voce e gli serrava la gola… Un istante ancora: poi si dominò e riprese a leggere:
                                                   

Vergine Santa che difendi la luminosa Czestochowa
e risplendi sull’Ostrobrama! Tu che proteggi
la città di Nowogròdek col suo popolo fedele!
Come a me, fanciullo, rendesti la salute
(quando dalla madre piangente posto
sotto la tua tutela sollevai la spenta palpebra
e subito potei al Tuo Santuario
recarmi a render grazie a Dio della vita che m’avevi ridata)
così ne riconduci, con un miracolo, in seno alla Patria…

La travolgente ondata che gli era salita dal cuore fece crollare l’argine della volontà. Il vecchio con un urlo si gettò per terra, e i suoi candidi capelli si confusero con la sabbia della riva. Sì, erano quasi quarant’anni che non aveva più visto il suo paese, e Dio sa quanti ne erano passati senza che avesse udito la lingua materna! Ed ecco che ora quella lingua era venuta a lui, aveva varcato l’oceano e l’aveva trovato solitario sull’altro emisfero, cara lingua materna, tanto amata, tanto bella! Nei singhiozzi che lo scuotevano non c’era dolore, ma soltanto un amore infinito, a un tratto ridestato; un amore dinanzi al quale nulla più contava…
Con quel suo gran pianto chiedeva all’amata lontana di perdonarlo, di essere così vecchio, di essersi abituato a quello scoglio solitario. Di aver tanto dimenticato che anche la nostalgia in lui si stava spegnendo.
E adesso ”tornava a lei per miracolo”, e il cuore gli scoppiava nel petto. I minuti passavano, ed egli continuava a giacere a terra. I gabbiani volavano sul faro, con un garrito acuto, come se fossero inquieti per il loro vecchio amico. Si avvicinava l’ora in cui gettava loro i resti del suo cibo, e alcuni di essi si precipitarono dalla cima del faro sino a lui. Poi ne vennero degli altri e, sempre più numerosi, presero a beccarlo leggermente agitando le ali al di sopra della sua testa.
Quel fruscio lo ridestò. Aveva pianto tuttte le sue lacrime ed ora il suo viso era come illuminato da una profonda espressione di pace e i suoi occhi sembravano ispirati. Quasi senza rendersene conto gettò tutto il suo cibo agli uccelli, che vi si precipitarono sopra garrendo, e riprese il libro. Il sole era già passato sopra i giardini e sulla foresta vergine di Panama, ed ora scendeva lentamente dietro l’istmo, verso l’altro oceano, ma l’Atlantico era ancora pieno di bagliori. All’aperto era ancora chiaro, così il vecchio riprese a leggere:
    

Trasporta intanto l’anima mia nostalgica
A quei boscosi colli, a quei verdi prati…

Il crepuscolo cancellò a un tratto le lettere sulle pagine bianche, un crepuscolo breve come un battere di ciglia. E allora “Quella che difende la luminosa Czestochowa” prese l’anima di lui e la trasportò “su quei campi che le messi variamente colorano”.
Nel cielo ardevano ancora lunghe scie di porpora e d’oro, e in quelle luci egli volava verso le terre amate. Udiva lo stormire dei boschi di pini, il mormorio dei fiumi del suo paese. E tutto egli scorge, tutto com’era. Ogni cosa gli chiede: “Ricordi?” Oh, come ricordava! Anzi vedeva: campi vasti, sentieri, prati e villaggi.
Era già notte! A quell’ora di solito il suo faro gettava la luce sull’oscurità del mare; ma adesso egli è nel villaggio nativo… Con la testa bianca curva sul petto sogna. Le immagini si susseguono rapide e un po’ disordinate dinanzi ai suoi occhi. Non vede la casa paterna, perché l’ha distrutta la guerra del 1830-31 contro la Russia; non vede né il padre né la madre, morti quando era ancora un bambino; ma il villaggio è sempre lo stesso come se l’avesse lasciato ieri: la fila delle capanne con i lumini alle finestre, l’argine, il mulino, i due stagni, l’uno di fronte all’altro, dove tutta la notte risuonavano i cori delle rane.
Una volta, nel suo villaggio, era stato di sentinella, e ora quel passato risorge in un susseguirsi di immagini. Ecco, è di nuovo ulano, è di sentinella: di lontano la bettola guarda con i suoi occhi fiammeggianti, e suona e canta e scroscia nel silenzio della notte il battere dei tacchi di quelli che danzano, il suono dei violini e delle viole: “Uh, ah! Uh, ah!” sono gli ulani che fanno sprizzare scintille dai tacchi ferrati, e lui, solo, a cavallo, si annoia. Le ore si trascinano pigre, finalmente le luci si spengono; adesso, fin dove arriva lo sguardo non c’è che nebbia; una nebbia impenetrabile: il vapore si alza dai prati e sommerge il mondo intero. Si direbbe un vero oceano; e invece sono i prati: tra poco la gallinella si farà sentire nell’oscurità e i tarabusi strepiteranno nei canneti. E’ una notte tranquilla e fredda, una vera notte polacca. S’ode lontano come un’onda del mare il sussurrio del bosco dei pini, eppure non c’è vento… Tra poco l’alba imbiancherà l’oriente: e i galli già cantano dalle staccionate. Si danno la voce da una capanna all’altra; anche le gru dall’alto cominciano a far sentire il loro grido. L’ulano si sente forte, pieno di vita. Qualcuno ha parlato della battaglia di domani. Ehi! Ci andrà come andranno gli altri, fra grida e lo sventolare delle bandiere! Il suo giovane sangue sussulta come se chiamasse alla caccia, anche se l’alito della notte lo raffredda. Ma è già l’alba, l’alba! 
La notte impallidisce, e dall’oscurità emergono i boschi, le macchie, la lunga fila di capanne, il mulino, i pioppi. Cigolano i pozzi come la banderuola di latta che è sulla torre . Quanto è cara questa terra! Come è bella nella luce rosata dell’aurora! Oh, tu sola, unica! Silenzio! La vigile sentinella avverte che qualcuno si avvicina. Certo è per cambiare la guardia.
Ad un tratto una voce risuona sopra il capo di Skawinski:
- Eh, vecchio! Alzatevi! Cosa vi succede?
Il vecchio apre gli occhi e guarda con stupore l’uomo che è in piedi vicino a lui. Quel tanto di sonno e le visioni che sono ancora in lui lottano nella sua testa con la realtà. Alla fine le visioni impallidiscono e scompaiono. Dinanzi a lui è John, il guardiano del porto.
- Che avete? - gli chiede. - Siete malato?
- No.
- Non avete acceso il faro. Sarete licenziato dal vostro servizio. Una barca da San Geromo si è fracassata su di un banco di sabbia; per fortuna non è annegato nessuno, altrimenti sareste andato sotto processo. Venite con me; il resto lo sentirete al consolato.
Il vecchio impallidì: era vero, quella notte non aveva acceso il faro. Alcuni giorni dopo Skawinski fu veduto a bordo di una nave che da Aspinwall andava a New York. Quell’infelice aveva perduto il posto. Dinanzi a lui si aprivano nuove strade di vita errante; il vento aveva ancora una volta strappato quella foglia per gettarla sui continenti e sui mari, per incrudelire a suo capriccio. E in quei pochi giorni Skawinski era molto invecchiato; era più curvo, ma i suoi occhi scintillavano. Per le nuove strade della vita portava sul petto il suo libro, e di tanto in tanto lo serrava contro di sé come se temesse di perdere anche quello…


Traduzione di Margherita Stein






martedì 14 febbraio 2017

Claudio Di Scalzo: Cielo stellato sul petto - 14 febbraio 2017



CDS: Autoritratto con cielo stellato sul petto - 14 febbraio 2017





Claudio Di Scalzo

CIELO STELLATO SUL PETTO

(con notizie sulla Mail Art)

La Mail Art è stata  l’ultimo movimento comunistico-comunitario alternativo al sistema delle arti. Sviluppatasi negli anni sessanta e in Italia negli anni settanta secondando a volte i movimenti  della contestazione studentesca e dei movimenti estremisti di sinistra.

Ho iniziato a praticarla attorno al 1968. E negli anni seguenti. Sulle cartoline proponevo collage, scritture, irriverenze, metafisica a basso voltaggio, fotografia, insomma tutti i lacerti dei movimenti dell’avanguardia storica (Dadaismo Surrealismo  Lettrismo  Situazionismo). E poi riversandovi Body Art (usando il mio corpo oggetto-artistico, la serie Duchamp-Duchampoo con lo shampoo appunto);  Land Art con cartoline che macerate sotto l’acqua poi partivano con un segno spray aerosol;  Letteratura alta e sublime trovavano sulle mie cartoline un rovesciamento ironico;  poesie pennute, poesie con granaglie, poesie scolorite, poesie ammattite e così via.

Ma anche qui, apparvero i curatori. Gli antologizzatori,  i critici, vil razza dannata, che con la scusa di sistemare un’interpretazione critica del movimento, e spesso mail artisti anche loro ma mediocri, presero ad organizzare mostre in gallerie private, a pubblicare autori in ordine alfabetico. Interpretando le varie tendenze. Anch’io a mia insaputa sono stato antologizzato ed esposto.

Ma ciò mi convinse a venire via dal movimento. Come? Semplice non spedivo più Mail Art a riviste o ad artisti. Bensì a persone che dell’Arte Postale non avevano mai sentito  parlare. Amici e amiche, in Italia e all’estero, che poi o le buttavano via o se ne avevano voglia  le conservarono. Poi rubricai la mia Mail Art a poesia visuale casalinga. Le spedivo a mio padre alla Nada Pardini, mia madre, al Pazzo barbiere di Nodica. E su queste cartoline operavo una traslazione di motivi poetici da camera. Per circuito interno. Alla mia biografia. Alle variopinte amicizie popolari






In questo mese, febbraietto corto e maledetto, che m’è venuta fantasia e voglia d’andare in visita di cortesia a quel mio estremismo estetico, degli anni  fine sessanta-settanta; ho ritrovato il “Cielo stellato portatile”. Che inventai  a metà anni Settanta.

Dalla carta da presepe, per il cielo stellato, ne ricavai un frammento, lo incollai su di una cartoncino. Vi aggiunsi il frammento “Chi porta con sé un un pezzettino di cielo stellato non conoscerà mai l’oscurità”. La dedicavo a una compagna,  spesso tanto malinconica, e portata a rinchiudersi nel buio della malinconia, sotto al sole nero. A volte soffriva per amore ricavandone stremanti giornate di solitudine. Allora per lei inventai questa cartolina. Era disposta a farsi bastonare dal V Celere ai tempi della morte di Franco Serantini, resistere al carcere, ai fascisti… e poi si faceva maculare nei sentimenti da uno sciocco marito. Che non capiva la sua disperata delicatezza. Sentìì tutto ciò come un’ingiustizia enorme. Ma non potevo porvi rimedio se non con questa cartolina.  Che però funzionò. Perché la coppia trovò le risorse per cambiare e superare equivoci e durezze.

Di questa cartolina poi ne feci  altre copie perché il comunismo-comunitario lo imponeva. Non doveva esistere il pezzo singolo  E a volte l’ho usata anche in amore. Perché mi sembra ancora un bel dono. L’immagine è stata pubblicata anche in catalogo e ha avuto traduzioni. Però non ho con me le pubblicazioni artistiche. Non le conservo. E per rivederle devo andare dal gallerista Roberto Peccolo. Nel suo archivio.

In questo febbraio tanto arduo. Sono passasti quaranta anni. E vado su e giù sull’autostrada della Cisa per raggiungere mia madre. Nada Pardini. Che poi quando venivano artisti a trovarmi e le chiedevano se abitava lì il mail artista della Fabbrica degli Oggetti Utili che editava le cartoline e se potevano vederlo, lei non capiva. Chi era il mail artista? Ma se dicevano Accio. Il soprannome con cui mi firmavo allora intendeva e li mandava nel mio studio, al primo piano. Del cascinale. Che ancora è come allora. Oppure diceva loro: e con Lalo col camion ma torna presto. Se tornate all’una mangiamo assieme. Tornano sempre perché son d’appetito.

E anche a loro donavo cartoline di Mail Art come mia madre donava i suoi tortelli. E i suoi limoni.


Dicevo dei tempi ardui. L’oscurità è in agguato nelle mie giornate di figlio  e di uomo. Sì, febbraietto corto e maledetto. E per farlo diventare un gocciolino benedetto mi son spedito da solo la cartolina che inventai. E ha raggiunto il mio petto. Lì l’ho fotografata. Lì dove una donna pose la sua mano per salvarmi dal dolore che allora provavo. Tanti anni fa. A questa figura salvifica va oggi, 14 febbraio, il mio pensiero riconoscente. E questo è un tassello, come la cartolina, di un romanzo atipico che non verrà mai pubblicato. Ma resterà lo stesso. Perché cartoline e ricordi e bellezza non scompaiono,  e proprio perché non sono  editati o pubblicati o messi in mostra, essi vanno e vengono, un andirivieni, in certi mondi paralleli che forse sono la Poesia eterna, o forse la Religione, o il Comunismo libertario; e questi capitoli stanno accosto al mio reale di ogni giorno, e vanno postini di sé stessi dove sono cercati. O attesi.