domenica 27 gennaio 2019

Vedova Rina Rètis: La storia barile di merda secondo Giovanni Boine. Come il poeta prefigurò l’arditismo fascista scrivendo a Emilio Cecchi.



CDS: Rina Rètis nell'inchiostro dolente -Maggio 2017






Rina Rètis

LA STORIA BARILE DI MERDA SECONDO GIOVANNI BOINE. 
COME IL POETA PREFIGURÒ L’ARDITISMO FASCISTA 
SCRIVENDO AD EMILIO CECCHI.



Giovanni Boine volea pugnar per non sentirsi eticamente fallar. Se i suoi coetanei in guerra vanno lui a casa compie danno. 

Si scopriva dinoccolato e ammalato dedito a strofette insulse. Ci rideva sotto ai baffi. Ma quando scriveva a Cecchi sulla guerra in corso era lui ad aver visione e polso. Seppure senza moschetto al piede. Lucidità che non fu di alcun adepto al marxismo loffio della II Internazionale.

Boine raggiunse al seguito di Padre Giovanni Semeria il fronte, per operazioni di assistenza e bontà cristiana sparsa come lenza, di sopportazione nella drammatica contingenza.

Il critico Emilio ricevette una lettera dove, Boine, come altri addebita alla guerra in corso una futura vastissima miseria sul suolo italico e per le masse; poi, e qui già s’avverte l’occhio lungo di Giovanni, quando vaticina, allo scrittore dalla prosa cesellata, che per venti anni ogni retorica sulla guerra sarà rovesciata nelle menti e negli occhi degli italiani. Ed è esattamente quanto farà il fascismo mussoliniano.  

Però la sorpresa, a mio avviso, mai colta dai vari “tastatori”, eh eh, dei carteggi ed epistolari di Giovanni Boine,  a volte tastano le lettere di Boine come i malati di sesso le riviste porno per ricavarne relazioni (o stente erezioni?) in eruditi convegni, è proprio la prefigurazione del ruolo di parti dell’esercito, gli Arditi, che dà a Boine sguardo a vol radente e vedente nella tragedia storica il tutto il niente. E il lato grottesco canonizzato nel Barile di merda che non solo rotola in basso ma anche in alto (nelle istituzioni?, nelle ideologie borghesi e ereazionarie?, nei pensieri dei colti intellettuali?) e che, con tutta evidenza, anticipa il giudizio dell’ultimo Montale sulla Storia le Stalle di Augia la spazzatura e così via.  

“ (…) mi resta di dire il mio pensiero freddo, come uno sputacchio sul viso di questi che ora si fanno ammazzare. Domani però saranno essi ad ammazzare noi (…) la storia, caro Cecchi, è un barile di merda che il diavolo rotola per la china della morte: sotto sopra su e giù la merda è sempre quella. “

Boine intanto riconosce che la sua critica, talmente antipatriottica nella sua crudeltà, può somigliare a uno sputo sul viso di uomini che son lì a combattere. Poi intuisce che questi soldati, i più motivati, o indomiti, o follemente credinciani alla terra che avevan promesso loro dal governo, diventeranno la massa di manovra del fascismo: con pistola manganello fucile mitragliatrice. Tanto da scannare quelli rimasti a casa o fedeli a qualche liberalismo o socialismo.

Quanto mi coinvolge in Giovanni Boine, è questa sua perfetta nudità e solitudine nel vedere quanto altri non vedevano. Il mio amato Fosco Neri (8 XII 1952 – 10 febbraio 2017) mi fece conoscere questo autore. 

Fosco trovò per me i libri a Lucca sulla bancarelle in Corte del Biancone. Se esiste un luogo, valicata la morte, dove vanno i rivoluzionari e gli uomini impavidi...  lui è fiero di me. Ciò conta mille libri e fonda l'amore che non può finire! 

Neppure se mi offrissero la cura delle opere complete di Giovanni Boine presso un editore come Adelphi rinuncerei al legame che la mia storia d'amore ha intrecciato con Fosco e Boine! 

Ho rifiutato persino di andare alla festa-convegno del centenario della sua morte (maggio 2017) ad Imperia. A parte gli universitari che svolgono opra necessaria e scientifica sui testi, il resto della truppa plaudente nominatisi interprete di Boine con annessa qualche teoria da seduta spiritica per evocare l’ectoplasma del povero malato di tisi e sfruttarne l’ombra, mi fanno letteralmente schifo! Prostituzione. Boine sputacchia loro in faccia se ti chiamano da dove stai ora!

In ogni caso, nessuno, MAI, potrà usare quanto inventai con la complicità di Fosco Neri, per pubblicare post commenti per farsi belli con la tosse mortale d’un sacrificato! o peggio ancora che consegni il mio Boine a strampalati eruditi per ricavarne carriera fallace  e transistoria e patetica on line. Appartengo, come suol dirsi, ad altra categoria morale umana e sono comunista!

Chi usa in esaltati traffici colti Giovanni Boine, così come altri poeti, sta nel Barile di Merda che rotola su e giù e crede di abitare qualche eletto Parnaso.















NOTA CDS 1

RINA RÈTIS è un personaggio da me ideato a fine 2011 - Rina Rètis ha vissuto  con il compagno Fosco Neri fino alla morte di quest'ultimo, per incidente stradale misterioso, il 10 febbraio 2017.

Tutti i personaggi da me ideati per il diritto borghese sono copyright di Claudio Di Scalzo però alcune volte ho concesso ad altre firme, come accade nel fumetto e nel cinema, di usarne nome e cognome e vicende. Se usano a sproposito, dandomi danno o male, miei personaggi generi temi erbari ornitologia semplicemente ancora ne scrivo rivelando dove sta l'originale dove il calco.


Rina Rètis è pure un poema grafico, illustrato con poesia visuale (come nel collage in esergo) e dipinti. Alcuni esiti sono in custodia presso la Galleria Peccolo di Livorno.




NOTA CDS 2

IL MIO NOME È RINA RÈTIS

Il nome è Rina Rètis. Sono una comunista eterodossa. Con simpatie per Trotskij. In passato ho scritto, senza mai pubblicare un rigo, sulla vicenda del mio legame con Fosco Neri. Il mio amato compagno. Anche pittore. Morto in un oscuro incidente stradale, e penso me l’abbiano ammazzato per certe sue inchieste politiche, nel febbraio del 2017. Ebbe, Fosco,  una vita politica turbolenta negli anni settanta. Un rivoluzionario coerente come pochi.

Mi sono interessata, episodicamente, a un poeta ligure che tribolò in vita con l’immobile tomba del nome, ma da alcuni sono soprattutto una donna malata. Una rara e poco conosciuta malattia alle ossa ed ai muscoli mi danno spossatezza, dolori costanti, rinuncia a stare sveglia. Fosco ha scritto sul mio dolore con una tenerezza che a rileggerne gli episodi e soltanto a pensarci mi viene da piangere. Perché non è più con me.  Malattia organica  che mi azzanna la psiche. La morte di Fosco però mi ha dato un’energia che prima non conoscevo. Devo proseguire il romanzo comunista, il feuilleton tragico, che tanto lo coinvolgeva con ricerche sul movimento operaio e rivoluzionario, in un’epoca che questi accadimenti rivoluzionari hanno occultato sotto menzogne, tradimenti, vendette. I più collaborativi, a questo scempio, son stati artisti-artiste letterati-letterate intellettuali. Per questo quasi tutti li disprezzo. Per questo voglio ancora scrivere da comunista qualche frammento. Per questo Rina la rossa appare su certe pagine elettroniche. E Fosco è con me anche se gli altri non lo vedono.





venerdì 11 gennaio 2019

Rina Rètis ricorda nel dicembre 2018 il compagno Fosco Neri ritrovando un disegno a lui dedicato. A Cura di Claudio Di Scalzo







Rina Rètis

IL DISEGNO RIVELATORE
CHE MI CONDUSSE DAL GIARDINO ALLA FORESTA
CON L'AMATO FOSCO NERI


In questo dicembre, ancora uno senza il mio Fosco Neri, morto nel febbraio 2017, ed io so che me l'hanno ucciso, ma non ho le prove del delitto, ritrovo un disegnetto che gli spedii poche settimane dopo che ci eravamo conosciuti, anche sapendo i suoi interessi per erbari e fiori da disegnare da comporre con scritture libertarie.

Qui di seguito il nostro scambio. Dove mi si rivelò la mia condizione di non libertà che il disegno e la didascalia rivelava. Scelsi allora, immediatamente, di seguire l'uomo che amavo nel bosco, nella foresta, dove non ci sono giardinieri dove nessuno modella la crescita politica ed estetica di artisti e artiste. 

Fui così felice quel giorno che giurai  a me stessa che mai mi sarei separata dal compagno che mi liberava e che per liberarsi era già morto più volte sopravvivendo per un soffio. 




Rina Rètis combattente comunista Trotskijsta





DISEGNO E DIALOGO DIALOGO RIVELATORE

- Rina cara, accetto i fiori che mi dedichi disegnati ma io sto nel bosco nella foresta! Non taglio steli rami né modello arbusti non sono un giardiniere né mai svolgerei tale compito! Se lo cerchi trovati qualcun altro. Ce ne sono di provetti con le cesoie e le parole adatte in ombra in luce per piegarti rametto sul muro-pagina e farti sentire protetta accudita poetessa. In attesa tu fiorisca per decantarti e da te ricevere il profumo. A me un mestiere così di giardiniere fa schifo. Deciditi!

-Vengo con te Fosco. Mi libero da me stessa dal giardino che ho nella postura nelle parole nella mia crescita. E maledetti siano i giardinieri che accudendomi e facendomi soffrire mi resero e mi hanno reso fiore  pronta a servire chi mi modellava. Di cui questo biglietto rivela l'ultimo episodio. 

Grazie amato compagno mio. Andiamo!




Rina Rètis Vedova





NOTA CDS 1

RINA RÈTIS è un personaggio da me ideato a fine 2011 – Rina Rètis ha vissuto  con il compagno Fosco Neri fino alla morte di quest'ultimo, per incidente stradale misterioso, il 10 febbraio 2017.

Tutti i personaggi da me ideati per il diritto borghese sono copyright di Claudio Di Scalzo però alcune volte ho concesso ad altre firme, come accade nel fumetto e nel cinema, di usarne nome e cognome e vicende. Se usano a sproposito, dandomi danno o male, miei personaggi generi temi erbari ornitologia semplicemente ancora ne scrivo rivelando dove sta l'originale dove il calco.


Rina Rètis è pure un poema grafico, illustrato con poesia visuale (come nel collage in esergo) e dipinti. Alcuni esiti sono in custodia presso la Galleria Peccolo di Livorno.









NOTA CDS 2

IL MIO NOME È RINA RÈTIS

Il nome è Rina Rètis. Sono una comunista eterodossa. In passato ho scritto, senza mai pubblicare un rigo, sulla vicenda del mio legame con Fosco Neri. Il mio amato compagno. Anche pittore. Morto in un oscuro incidente stradale, e penso me l’abbiano ammazzato per certe sue inchieste politiche, nel febbraio del 2017. Ebbe, Fosco,  una vita politica turbolenta negli anni settanta. Un rivoluzionario coerente come pochi.

Mi sono interessata, episodicamente, a un poeta ligure che tribolò in vita con l’immobile tomba del nome, ma da alcuni sono soprattutto una donna malata. Una rara e poco conosciuta malattia alle ossa ed ai muscoli mi danno spossatezza, dolori costanti, rinuncia a stare sveglia. Fosco ha scritto sul mio dolore con una tenerezza che a rileggerne gli episodi e soltanto a pensarci mi viene da piangere. Perché non è più con me.  Malattia organica  che mi azzanna la psiche. La morte di Fosco però mi ha dato un’energia che prima non conoscevo. Devo proseguire il romanzo comunista, il feuilleton tragico, che tanto lo coinvolgeva con ricerche sul movimento operaio e rivoluzionario, in un’epoca che questi accadimenti rivoluzionari hanno occultato sotto menzogne, tradimenti, vendette. I più collaborativi, a questo scempio, son stati artisti-artiste letterati-letterate intellettuali. Per questo quasi tutti li disprezzo. Per questo voglio ancora scrivere da comunista qualche frammento. Per questo Rina la rossa appare su certe pagine elettroniche. E Fosco è con me anche se gli altri non lo vedono.




venerdì 4 gennaio 2019

Baciamano da vicino e da lontano. Con la Misteriosa Dama R e Laforgue. A cura Claudio Di Scalzo come dedica per Sara Cardellino



"VERSO. Misteriosa Dama R e Laforgue"
tempera, china, collage su carta





A cura Claudio Di Scalzo

come dedica a Sara Cardellino

BACIAMANO DA VICINO E DA LONTANO

(Con la Misteriosa Dama R e Laforgue)

(con apparizione ermeneutica-stratosferica di Nietzsche Freud Deleuze Aretino che si presentano 
a casaccio evocati da Accio in partenza da Venezia 
per Vecchiano-Pisa)


Alla “Misteriosa Dama R” (Erre di Sara), al Cardellino raccolti capelli sotto al cappellino bacio gli anelli disegnata con puppe a pera da Laforgue pensati di cera. Questo l'omaggio terso dell'amante in suo VERSO! Mentre decadente torno a Vecchiano col cuore amato in mano in mente. “Le Sanglot de la Terre” lagunare, con nel gozzo ogni empito da ripetere sensuale come missione per amare. Nell'anno 2019 ancora ammalianti prove di “Moralità e sensualità leggendarie”. Le più varie in beltà!










Nota 1

Jules Laforgue (1860-1887)
Le Sanglot de la Terre, liriche 1883/1887; Moralités légendaires, 1887, prose poetiche.



Nota 2

In tempi d'ogni citazionismo on line colto, coltissimo, da parte di critici poeti poetesse letterati letterate dediti all'analisi poetica, opero questo citazionismo “corto” con Laforgue e Misteriosa Dama R.

Perché corto? Ovvio!... corto perché la poesia che separa le labbra dalle mani dal pube amato (eros e amore non necessita di pose cerebrali sennò tutto s'ammoscia, anche la poesia scritta secondo me!) è tragitto breve, appunto, corto, e ciò evita quanto è storto. Per certi versi impotente. Stando, teniamolo  amente!, al Nietzsche del Dioniso al Freud psicoanalista. Ma ho letto di sfuggita qualche pagina di questi geniacci e, pertanto, questa è una “piega” (anche Gilles Deleuze l'ho letto a razzo) adatta a me alla mia vita di coppia che esiste perché c'è la Misteriosa Dama R da dieci anni contati sull'unghia, e non aggiungo altro, sennò mi verrebbe una battuta alla Aretino che non sarebbe accettata dal Cardellino!





mercoledì 26 dicembre 2018

Rina Rètis: Il Pernacchio a chi cita Heidegger insegnando poesia sublime. Dai "Pensieri del moschetto rosso", 1.



CDS: Rina Rètis comunista







Rina Rètis

 PENSIERI DEL MOSCHETTO ROSSO




Gerda Taro con miliziana
(mie sorelle - RR)






1


IL PERNACCHIO PER CHI CITA HEIDEGGER INSEGNANDO POESIA SUBLIME

 "Quando sento la parola cultura, metto mano alla pistola", motto brutale attribuito a Hermann Goering. Ebbene, mi si conceda questo détournement, dirottamento, deviazione, alla maniera comunista situazionista, per affermare che: “Ogni volta che leggo una citazione da Heidegger di qualche trombone che, con 50 anni di ritardo,  la usa per teorizzare la poesia a suo avviso metafisica, metto mano al “Pernacchio” di Eduardo De Filippo. Dal film de “L’oro di Napoli”.














IL MIO NOME È RINA RÈTIS

Il nome è Rina Rètis. Sono una comunista eterodossa. In passato ho scritto, senza mai stampare un rigo, sulla vicenda del mio legame con Fosco Neri. Il mio amato compagno. Anche pittore. Morto in un oscuro incidente stradale, e penso me l’abbiano ammazzato per certe sue inchieste politiche, nel febbraio del 2017. Ebbe, Fosco,  una vita politica turbolenta negli anni settanta. Un rivoluzionario coerente come pochi.







Mi sono interessata, episodicamente, a un poeta ligure che tribolò in vita con l’immobile tomba del nome, ma da alcuni anni sono soprattutto una donna malata. Una rara e poco conosciuta malattia alle ossa ed ai muscoli mi danno spossatezza, dolori costanti, rinuncia a stare sveglia. Fosco ha scritto sul mio dolore con una tenerezza che a rileggerne gli episodi e soltanto a pensarci mi viene da piangere. Perché non è più con me.  Malattia organica  che mi azzanna la psiche. La morte di Fosco però mi ha data un’energia che prima non conoscevo. Devo proseguire il romanzo comunista, il feuilleton tragico, che tanto lo coinvolgeva con ricerche sul movimento operaio e rivoluzionario, in un’epoca che questi accadimenti rivoluzionari hanno occultato sotto menzogne, tradimenti, vendette. I più collaborativi, a questo scempio, son stati artisti-artiste letterati-letterate intellettuali. Per questo quasi tutti li disprezzo. Per questo voglio ancora scrivere da comunista qualche frammento. Per questo Rina la rossa appare su certe pagine elettroniche. E Fosco è con me anche se gli altri non lo vedono.





sabato 8 dicembre 2018

Accio e Sara Cardellino: Sirenette l'otto dicembre 2018. A cura di Claudio Di Scalzo







Accio e Sara Cardellino

SIRENETTE L’8 DICEMBRE 2018


-Accio, c’è un film che mi piacerebbe rivedere con te… e ti sorprendi se ti dico che è la Sirenetta della Walt Disney

-Affatto, percorso logico, stando con me, sei passata dalla Rusalka di Dvorak al cartone animato.

-… è tanto grave?

Affatto… completa il cerchio del nostro immaginario comune.

-La vuoi smettere di dire sempre affatto… troviamolo in rete…

-Affatto… ho la collezione in CD!

-A volte mi sembri tu un personaggio da cartone animato…

-Guarda che mi fai un complimento…

-Lo so… e “mi garbi” per questo… e anche perché appena esprimo un desiderio me lo disegni…

-Ecco fatto Sara Sirenetta… nelle A del tuo nome…e, casualmente?, nella A di amore…

-… è dolcissimo… questo lo porto a Venezia con me…

-Affatto…







Le avventure di Sara Cardellino e Accio

stanno su








mercoledì 5 settembre 2018

Claudio Di Scalzo: L'amore assoluto spiegato dalla Nada al su' figliolo Accio. Bozzetto sentimentale dedicato a Sara Cardellino




Accio





Sara... son qui che ti scrivo e son commosso parecchio a rileggere quanto ho scritto. Perché è bello scoprire cos’è l’amore che vale Tutto e dà significato alla vita Tutta. A ogni vita. Anche a quelle di un’umile sarta e del su’ figliolo parecchio scemo e che chiamarono Accio per disprezzarlo!





Sara Cardellino





Claudio Di Scalzo

L’AMORE ASSOLUTO SPIEGATO DALLA NADA AL SU’ FIGLIOLO ACCIO

(Questo bozzetto campagnolo e sentimentale 
lo dedico a Sara cardellino
 che tutto capirà di me)



Nada Pardini quand'era fidanzata con Libertario detto Lalo




Mi-mà ha ottantanove anni. È vedova dal 1995. Quando morì il su’ Libertario detto Lalo. Vive da sola in un cascinale a Vecchiano, vicino alla chiesa di Sant’Alessandro e alla torre campanaria ghibellina del XII secolo. La ‘asa è malmessa, come il mi’ ‘ore, dice a me, Accio, che son su’ figliolo. Lontano tra le Alpi per lavoro. Resisti mamma che presto arrivo e sto lì con te senza partì più. E se c’è umidità nella ‘amera dove dormi sul di dietro, vai a dormì nel salotto davanti, a sud, che c’è più caldo. Però non mi dà retta.  Allora stasera le ho chiesto perché non intende ir mi’ ‘onsiglio.

Sto qui, starò sempre qui, tra queste mura della mi’ ‘amera, perché qui dormiva con me Lalo. Ir tu’ babbo. Ed è come se fosse sempre accanto  a me. A vorte ci parlo anco. Nun me lo chiede più di spostammi. Le mi ossa son vecchie ma qui mi scardo meglio. Non so spiegatti perché ma succede. E te che ‘ai letto tanti libri di poesia dovresti ‘apì perché.

I libri mi son serviti a pòo, se devo esse sincero. La poesia non si studia casomai la si vive. E questa sta anco nella ‘adente casa di ‘ampagna dove crebbi. E l’amore adatto a me, nella sua fedeltà, pure. La Nada, una sarta con la quinta elementare, in questo settembre, m’à insegnato come dev’esse per dirsi senza tempo e oltre la morte.






sabato 21 luglio 2018

Claudio Di Scalzo detto Accio: Giovanni Boine sulle Mura di Lucca e in Lucchesia. A Sara Cardellino riconoscente.



CDS: Giovanni Boine sulle Mura di Lucca. Bastione di San Colombano







Claudio Di Scalzo detto Accio


GIOVANNI BOINE SULLE MURA DI LUCCA E IN LUCCHESIA

a Sara Cardellino riconoscente




Sara Cardellino a Lucca




Passato il centenario della morte è stata abbandonata verso Boine ogni corte. Passato il maggio 2017 la critica da burletta è tornata sul web a giocar favoletta a tressette in altre ruffianerie a leccare altri nomi come nelle gelaterie. Il gioco è sempre lo stesso, anche se scontato e fesso, si sale nani sulle spalle dei giganti, sul web si slancia cotanta ombra, si saluta in guanti, fidando che il motore Google pescando in eterno comando accosti nano e nana nell’episodica celebrità demente e vana ovvietà. Che val niente ma il nome naneggiato a qualcun resterà in mente imbalsamato. Così è successo al povero Giovanni Boine nel centenario ch’è sempre con tal gente un guaio. Di serpenti ovaio nel pensier nullatenente.

Chi scrive, assente alla festa a Imperia ove han sbendato il morto da 100 anni esatti, riporta qui un sogno svitato come tomba divertente mobile e seria!   Con dedica all’uccelletto che custodisce del mio presente buon detto.










BOINE MISTICO 
SUL BASTIONE DI SAN COLOMBANO A LUCCA

A Sara Cardellino che mi ha guarito dalla tosse mortale 
nel maggio 2017, questo sogno.





1

Me ne sto sul Bastione di San Colombano, farfuglia il poeta di Finalmarina, non so come ci son capitato, ma perché l’atto estetico non sia vano (oh Colombano tu sìì ‘ontento della rima mi va’ di pensà mentre s’imbionda il grano) cancello in me il malnato. Rimare come nòtare senz’acqua il gusto gliè poo ma non s’affoga e con la facile illusione si voga.

Giovanni Boine, che consuma su’ anni, ridacchia a bocca torta perché se rido da diritto di sangue n’esce una sporta. A misticare mi fo addosso gorgogliare.

A Lucca, sulle Mura, la vita non ti spaura, aggiunge il poeta facendosi serio nel suo sogno. Soprattutto se devi smontare, perbenino, uso il diminutivo come un vecchianese sulla marina stenta delle dune, le “Pagine Mistiche” di quel cattocomunista di Romolo Murri. Perdio questa parola a mi’ tempi non esisteva! Ovvoivedé che qualcun altro più che sognammi mi descrive mentre sogno! Eh no!, bellino, basta diminutivi, il metaromanzo nemmeno a fette lo digerisco e poi questa tennia sta per tecnica tradotto dal vernaholo a’ mi’ tempi di tosse e crociane mosse non esisteva. Ma tant’è, segno che sogno al futuro. Di tempi che mai vivrò e fra l’altro a breve morirò di tisi e a Venezia non mangerò riso e bisi. Smettiamo grullerie entriamo nel ginepraio delle recensioni che già da giovane mi faceva girà i ‘oglioni.

Il gioino, come si dice a Lucca, è sempre lo stesso. E se qualcuno mi sogna nel seolo doppo isto, il duemila, probabile siano arrivati su Marte gli homini e ancora stiino a recensì libri che niente valgono  a confronto del riso coi bisi. Ma son probremi loro io a breve mòio fissando a Porto Maurizio l’ultime vele e morì gliè duro sfizio ve l’assiuro a voi che mi leggete ner mi sogno a Lucca.

Riassumo. Lo ridio. Murri, o da dove ti scaturri?, scrive “Pagine Mistiche” recensendo, e di ciò godendo gusti un po’ osceni, “Storie dell’amore sacro e dell’amore profano” di Tommaso Gallarati Scotti, induve elogia il “saggio notevolissimo di alcune tendenze mistiche neo-cattoliche”, ovvvìa qui si legga non si battibecca neh Murri! A muso duro insanguinato puro, tanto da morinne e non so se è fine e adatto scrivelo in un sogno, però arrabatto la mia risposta contro questa demente “adorazione estetica della religione”.

Che vi devo dì!?!, a me l’adorazioni delle parole della religione della filosofia della poesia della letteratura fanno venì il gira’oglioni. Immagino durerà a lungo questa santa messa inventata da Papini e Prezzolini che son, sia detto, due emeriti cretini.

Si scrive un libro. Lo si pubblia. Lo si recensisce sbrodolando aggettivi e incanti. Ci s’attizza attorno qualche miagolio sul tetto della copertina, si spargono leccate che nemmeno le scimmie allo zoo danno alle noccioline, e poi l’estetica celebrata dovrebbe funzionà come il burro sullo sfintere anale per mettici meglio il cazzo! Mi si scusi questo tango lessicale un po’ parigino e porcello ma starei meglio al Moulin Rouge che non in questo bastion d’orticello arboreo. In procinto d’esser definito reo per quanto scrivo! Mostro. Rancoroso. Invadente che tossendo mente e si spegne in qualche accidente. Insomma un poco di buono! da non frequentare manco nei sogni a Lucca Bastion San Colombano ficcati nel core quanto tengo in mano: La penna o il cazzo duro e puro? Accidenti nun faccio altro che riferimenti a trombare, se non viene a trovammi la Gorliero mi sfinisco dalle seghe, mistiche, in sogno solitario!

Ma torniamo a bomba. Libresca che sto qui a farci tresca nell’arietta di maggio fresca. M’intono insomma sulla frasca d’ippocastani a piene ali e mani. Ho un certo mestiere in tasca. Si direbbe. Che altri, senza stilo e stile, manderebbe in giulebbe. A me non me ne fotte niente di sapé scrive per frammenti e intero. Quanto ho scritto lo pubblieranno dopo che sarò morto e non potrò guardalli a labbro storto per le stronzate che appronteranno in libri. Per come, da stronzi che galleggiano in porto in acqua salata, si forbiranno le labbra stucchevolmente dolci citando il nome e cognome di me che lasciarono solo come un cane a tossì a morì a fassi le seghe ognidì perché nessuna si fa Sibilla col tisio col fallito nelle lettere con chi se lo frequenti perdi entrature e carriera. Tutti questi ‘attolici modernisti, ve lo ‘onfesso, anche perché mi faran fesso, tutti estetia e poa fatia di vive come persone serie, sono personaggi tristi. Dei centurioni e delle centurione che mi ficcano lance ner ‘ostato e mi dan fiele da bè! E da tossì crocifisso!

In questo sogno sto a di’ proprio le ‘ose come stanno come andranno nei seculi seculorum. Perché i mistici della parola sono razza che come l’erba inutile tra i mattoni del Bastion San Colombano prospera.

Ecco perché scrivo “Di certe pagine mistiche”. Dove come nella boxe, destro sinistro, metto a tappeto, sul ring, i due pugili sonati (e da me gabbati e ‘ome ci godo a dimostranne l’inconsistenza, li faccio neri!, seppur intenti a far carriera in dorata mensa. Perché la critica pugilistica con “Plausi e botti” l’ò inventata io Boine che non fa ruffiane moine! Sia inteso da vivo da morto e sognante in quel di Lucca parlando vernaholo vecchianese) Murri e Gallarati. Ora spiego come li pugno li bullo li scardino.




CDS: Giovanni Boine in Lucchesia







2

Il sottoscritto tossito che presto all’artro mondo se ne sarà ito, ripudia la mistica come l’intendono i modernisti e nel futuro i sempiterni figuri tristi che voglino apparì se stessi oro nella parola e invece son bronzo o rame che vanagloria cola. Ma siccome se la dicon e se la cantan si po’ dir anco bronzo che si sgola fingendosi oro gonfiandosi rana somigliante il toro. Questi mistici de noartri, cribbio uso anco il dialetto romano!, prima o poi scoppiano nella loro malintesa salute teologica. E piove tanta merdina nell’aria fina. E i piccioni in San Colombano ci mettono qualche giorno a capì che la pioggia lucchese per portalla via ci impiegherà qualche mese. Troppo collosa e sciropposa.

Al misticismo alle “parole buie”, Giovanni Boine, oppone il duro e l’asprezza ferrigna di quanto è più antico  e forte cresciuto nella morale e nella logica d’una esistenza degna e scevra da ogni carriera nelle belle lettere da insegnare a torbidi e plagiati fedeli. Il poeta, in solitaria appassionato subito Getsemani culturale, lo martirizzeranno, definendolo mostro minato dal rincrescimento e da ogni illogica ostilità verso chi possiede il sapere necessario a salvare la poesia e la filosofia e la religione, rifiuta il Modernismo, sia detto, basato sopra un finto democraticismo che rende amorfi e senza propria personalità chi vi aderisce, che si manifesta, in pubblicazione e dichiarazioni  genuflesse verso una “imperitura poesia della fede. Fede senza oggetto; fede senza idee”.

Per sincerarsi di quanto affermo, si legga, se mai verrà messo in ordine e pubblicato, il magma delle mie lettere. L’epistolario insomma. Da non masticare come gomma. Ma non esiste il Chewing-gum nei miei tempi tra Voce e Riviera ligure. Che strano!

A quanto per lui è fiacco confuso nella boria trasfuso che scodinzola come un biacco tra le crepe dell’ambizione teorica, contrappone, chi com’esso crepa nel corpo, sano o che s’ammali, che tossisca o scoreggi, che goda a pipo ritto o che si bagni lo sterno di sangue, lo sterno dove attesi che la donna mia stil novo nella mistica d’amor ti provo, mai trovata ahimè, mi posasse come fe’ Beatrice e Laura e Silvia la mano, il palmo ferito come i miei polmoni, per guarirmi e salvarmi.

Giovanni Boine non leggeva filosofi e pensatori per ricavarne bracciali da esporre nelle vetrine delle pubblicazioni in riviste, oggi lo fanno sul web questi adoratori di mammona-carriera estetica; se s’appuntava quanto scritto da Ollé-Laprune e da Unamuno, ne ricavava medicina per tirare avanti e non soccombere all’assedio degli amici letterati che si addobbavano coltissimi sapienti pronti a insegnargli la giusta e retta via!

Al pensiero concorre l’organismo corporeo, afferma l’Ollé Laprune e ciò è un virtuoso pruno olé olé. Hola, aggiunge Unamuno, bella l’immagine del pruno, per me il sentimento tragico, col quale affrontare l’estetica e la poesia, si nutre di sangue midolla ossa cuore. Con la tisi che segna male, con l’irruenza del mio sangue ligure tra gli ulivi sano che segna libertaria salute, col sangue mi c’intendo. Si dice Boine sul Baluardo che lo fa sentir oggi coraggioso bardo.

Unamuno pruno così lo tradussi, la traduco, come nella mela il bruco?, ride alla battuta Boine, che si dichiara vecchianese nelle facezie grulle, l’essere lo si rende nella sua unità e unicità di arte e verità, oltre le apparenze brulle, e da ciò discende l’aspetto estetico che ne è figliato. Sennò è tutta una falsità ch’è inutile stalla a remà nel golfo di Porto Maurizio come in san Colombano: misero sfizio estetico. Di ciò non voglio più senti il tanfo, te ne prieco, oh Boine che nel sogno ti traduco!

Meglio star scalzo sulle Mura che calzato estetico da metter paura.

Boine ride alle mie rime sceme.

“Montagne… torrente… catene di montagne… aggrovigli di valli… io voglio da voi prender ritmo”, dice ispirato sul Ponte del Diavolo a Borgo a Mozzano.

E’ felice Giovanni Boine sul Serchio. Che belle scoperte che faccio in questo sogno, su questo ponte leggendario, che poi è talmente reale che quasi quasi lo dono, da viverlo, a qualche mio lettore che mi legge, o mi leggerà?, avendo inteso tanto di me: come carattere e sconfitte ad ogni angolo dell’esistenza.  

Mi sento qui, dopo Lucca, “uomo reale”. Che a viver nel bene nel male capisce che tutto vale.

Sto al centro della mia condizione esistenziale sgocciando sangue e verità. Sento esuberanza e subitanea fiacchezza, son malato del resto, ma intuisco, su questo ponte, che vivrò l’immortalità per questa mortalità che mi morde i garretti, per le delusioni d’amore che mi spezzano i detti, per i tradimenti che resero miseri gli affetti. Però devo sbrigarmi perché nel grido dell’angoscia “non ho costrutta la mia anima ancora”.

S’affaccia dal parapetto, un’onda gli consegna il ritratto di un gobbino con il cilindro, e Boine lancia un bacio al filosofo, caspita è giuntò fin qui da Copenaghen, proprio un sogno senza confini questo, e pensa la sua anima che va verso la Marina di Vecchiano, come schiuma che non si scioglie. E che qualche pescatore di orate accoglierà con la sua rete.

Contento di non aver pescato pesci ma la schiuma che tutti i pesci accoglie. Ti saluto pescatore sconosciuto del mio sogno. Custodiscilo. Appena ci svegliamo assieme. In due vite diverse che ne fanno, casualmente, per un giorno: una.