martedì 21 aprile 2026

Karoline Knabberchen - Fabio Nardi: La mimosa del pastore Lubigio. 1980. Cura Claudio Di Scalzo 1985

    

Cds. "La mimosa del pastore Lubigio". Collage e tecnica mista. 21 marzo 1983



LA MIMOSA DEL PASTORE LUBIGIO

A Karoline Knabberchen
che m’insegnò l’atto creativo e a nasconderlo.
Perché come per Lubigio e Don Ivano
l’importante è la dedizione all’intimità
con la poesia della fioritura
e non con la sua esposizione.
(Fabio  Nardi, 8 marzo 1985)



Karoline Knabberchen

(Guarda Engadina Svizzera 10 aprile 1959 

- 20 agosto 1984 Isola di Austvågøy Lofoten Norvegia)

Foto Fabio Nardi, all'immortale amata.






Il giorno che cominciavano a fiorire le mimose
fu anche quello di un gregge tutto suo per Lubigio
e Don Ivano gli regalo un buccellato di Lucca
e gli contò l’età in nove anni. Poi gli fece incidere
una tacca sul bastone da pastore. Raccomandandogli,
ogni sera, posandoci sopra il pollice, di pregare Gesù.
Perché proteggesse lui e gli agnelli dai lupi e dal peccato.

“Tornerai in canonica, da me, quando il freddo finisce
e la mimosa spande il suo giallo. E con me farai un’altra tacca.
Insieme festeggeremo il tuo compleanno”. Lubigio ogni anno
andava a festeggiare la data della sua nascita che il pietoso
e buon parroco aveva inventato per lui. Quel giorno
per Lubigio rappresentava la gioia più grande dell’anno.

Il giallo delle mimose, il buccellato, le preghiere
da recitare assieme, e il libro dei santi da ammirare
con Don Ivano lo avrebbero accompagnato per tutti
i giorni a venire mentre sfiorava la nuova tacca
nel bastone. 

Un giorno tornando in canonica
non trovo più Don Ivano perché era morto;
ma il nuovo parroco fu comprensivo, e istruito
dal predecessore ne continuò la tradizione e l’impegno.
Cambio però dolce. Offri a Lubigio la crostata.
E ogni anno cambiava gusto. Di questo cambiamento
Lubigio fu felice. Tanto la mimosa sempre gialla restava
e la tacca in più stava a significare un altro anno di preghiere
da dedicare a Gesù Cristo che lo proteggeva dai lupi e dal peccato.

Lubigio riuscì a festeggiare tanti altri compleanni, fino ad ottanta
che fu l’ultimo. E prima di spirare disse che era giusto così
perché il bastone non poteva contenere più tacche.
 
Alcuni paesani s’inventarono la storia che era morto
di preoccupazione perché due uomini andando sulla luna
avrebbero guastato l’umore della stessa, incattivendola,
e a lui e alle pecore che la fissavano non avrebbe più strizzato
l’occhio. Gli anziani del paese conservarono il ricordo di Lubigio, 
pastore e cristiano, affermando che, seppur goffo
e assente a volte di testa, capiva il suo cane
le sue pecore e loro capivano lui. E fu palese
a ogni occhio che la mimosa, in canonica,
dopo la sua morte, non era più gialla
come una volta lui vivo.


Karoline Knabberchen - Fabio Nardi
Dall’Epistolario. Canzoniere.
Otto marzo 1983.



°°°

FABIO NARDI, 8 MARZO 1985


UN OTTO MARZO LONTANO, UN INSEGNAMENTO VICINO

Nel marzo del 1980, con inizio l’otto marzo, Karoline Knabberchen fu invitata a Pisa a degli incontri di poesia. Il Femminismo che aveva fatto le sue prove negli anni Settanta e ancor più nel ‘77 bolognese (  in quello che venne chiamato “riflusso” o “ritorno al privato" che coinvolse la Sinistra un tempo Extraparlamentare dopo l’omicidio di Aldo Moro nel ‘78) scoprì con enfasi la poesia; e Pisa ne fu un centro. Come lo era stato per le ribellioni studentesche un intero decennio e più precedente. Non mi meravigliai che Karoline, avendo fatto leggere dei versi a un'assistente di Filosofia all’università, fosse invitata da quest’ultima rivelatasi la curatrice dell’evento. Nell’idea dell’organizzatrice, R.G., attiva nel gruppo del “Manifesto”, e di un editore astuto come Savelli, che dai libri dedicati a Trotzsky e al Comunismo eterodosso era passato a pubblicare poesia crepuscolare, alla rivista "Il pane e le Rose", c’era la vocazione a “inventare” un libro accattivante.
Karoline m’informo dell’invito. Aveva ritrosia verso l’atto creativo ridotto a ninnolo per qualche cornice “culturale” collettiva somma di tante vanità. In questo caso il femminismo poetico (presenti anche poeti fuco) che scopriva decadenti eroine di fine Ottocento. Gli sembrò qualcosa di posticcio. Karoline si negò all’incontro. Dicendo, cortesemente, all’entusiasta curatrice di non aver scritto una sola poesia in più di quella che le aveva fatto leggere. E non fece più leggere qualcosa di suo a nessuno.

-Ti fa piacere questa scelta, Fabio!
-… m’insegna molto.
-… però inventiamo il nostro Otto marzo!, scriviamo la storia del pastore Lubigio che ci hanno raccontato… sei d’accordo?
-Sì. Io sono Lubigio
-Io la mimosa.










Claudio Di Scalzo: Quando una metà cerca quanto la rende intera nel dipinto Fauve. A Sara Cardellino per l'anno nuovo



CDS: "I campi del prete e la chiesa di Sant'Alessandro a Vecchiano" 
1970 - olio su tela 50 x 40






Claudio Di Scalzo



QUANDO UNA METÀ CERCA QUANDO LA RENDE INTERA 



(a Sara Cardellino per l'anno che verrà)



“Sei ancora in questo campo di grano, Claudio. Lì ti vedo, bambino. Già sai che una metà non può che cercare quanto la rende intera. I tuoi giochi di allora, come tutti quelli nelle arti seguiti, son stati in funzione di questa ricerca. Ecco perché il quadro è quello più importante che tu abbia dipinto. Quello dove adesso entro per andare a prenderti. Stare con te.”
In questo momento, come regalo di Natale e per l’anno nuovo, un corriere sta andando, da Pisa-Ospedaletto, alla volta di Venezia, parcheggia il veicolo, sale sul traghetto col dipinto incartato, e presto raggiungerà una graziosa casa dove suonando il campanello lascerà tra le mani, anche stupite, di una donna dagli occhi scurissimi: “I campi del prete con la Chiesa di Sant’Alessandro a Vecchiano”.

Quando entrerò nella sala, in questo fine dicembre, vedrò sulla parete, appena sopra al pianoforte e alla custodia del flauto traverso, “il quadro più importante che abbia dipinto”.

Sara Cardellino ha scoperto “i campi del prete”, che tenevo nella casa alpina, perché l’ho portato nella casa di Vecchiano, in occasione del nostro incontro a Lucca, alla Fiera del Fumetto. E mi ha rivelato che sono ancora tra questo grano tra i papaveri rossi accanto al ruscello dispettoso adatto alla barchette di carta. Con me che cercavo quanto non ho mai trovato.





Sara Cardellino modella Fauve Oriental
CDS - 14 dicembre 2017 - Acquarello e china su carta
cm 27 x 36









Realizzai “I campi del prete con la chiesa di sant’Alessandro a Vecchiano” quando avevo diciotto anni. Nel 1970. Di ritorno, quell’estate, dall’albergo di mio zio Lenino, “La Belle Elisabeth” In Montparnasse. Con ancora negli occhi la scoperta dei pittori Fauves fatta al Musée National d'Art Moderne, soprattutto Maurice Vlaminck André Derain e Georges Braque.

Dipinsi i campi dove avevo vissuto splendide avventure, spesso da solo, perché avevo un soprannome che allontanava gli altri bambini: Accio. Usai nel preparare la tela sabbia del Serchio e i fili da cucito della sartoria della Nada, e siccome a un certo punto avevo finito l’olio di lino, talmente preso dal puntinismo colorato, non andai acquistarne di nuovo a Pisa, ma usai il petrolio bianco del lume di mia nonna Messinella che stava lì da quando era arrivata l’elettricità. Motivo per cui ci sono screpolature. E annerimenti.


E visto che c’ero dipinsi anche “Il Campo alla Barra”, “Il Monte Castello col Santuario” , “Notturno con cagnolino verde” e un’altra decina di quadri. Anni dopo, il gallerista Roberto Peccolo, venutomi a trovare a Vecchiano, mi disse che queste tele erano perfettamente post-moderne, cioè citazione di stili storici delle avanguardie pittoriche, ma con un intento nuovo, più decorativo, meno ideologico.




“Se fai altri quaranta oli e una ventina di tempere su carta ci facciamo una bella mostra”. Fu una delle prime richieste di un grande amico per espormi che rimasero senza risposta da parte mia. E siccome è anche un astuto mercante sapeva benissimo che una mostra si può fare anche con trenta tele. Il resto da vendere a mostra chiusa a prezzi più bassi per tenere “caldo” il collezionismo.



Se torno, e presto accadrà, ancora a Vecchiano, ne avremo di tempo per raccontarci, io pisano lui livornese, la nostra comunione in tanti viaggi e mostre visitate per mezza Europa. “I quadri vanno visti da vicino, tanti, e ripensacci da lontano, e ritornacci vicino per capire quanto non avevamo capito, hai inteso Accio?”. Avevo inteso alla perfezione. Ho seguito il suo consiglio in tanti anni. Ma per capire cosa c’era nel mio “Campi del prete e la chiesa di Sant'Alessandro a Vecchiano”… ho avuto bisogno di Sara Cardellino.