L'UOMO CHE VERSI SBAGLIAVA
LAPIDE NEL CIMITERO DI VECCHIANO
Coniugavo i verbi a modo mio. Concordando i tempi verbali
nelle frasi ipotetiche mi prendevo libertà da scritturale. La Signora questa
vocazione l’ha resa errore immodificabile, con uno scherzo temporale senza
rimedio. Come? Ve lo spiego con sintetica, non ridete, lapidarietà! Scrissi al
mio confessore, severo confessore, in un giorno di insostenibile desiderio
sessuale, un bigliettino dove mi concedevo quello che tanti credenti, per
giunta non sposati fanno, con donne da strada fino alle prostitute che costano
un mutuo per una notte d’amore. Lo trascrivo.
«Se dovessi cedere agli imperativi della carne e dell’eros sarà
per una volta sola. Ma non metterò in cinta la transitoria amante. Garantito».
Cialtroneggiai con la grammatica come faceva Palazzeschi, il
mio conterraneo, però io ero un dilettante non solo a scrivere ma anche
nell’umorismo, per giunta diretto a un uomo castissimo che nel suo amore
assoluto, dichiarato a ogni piè sospinto alla Madonna, mai avrebbe ceduto alla
tentazione di un amplesso reale, tanto da sgocciolarsi la canna eretta. Non
poteva, il buon prete, giustificarsi in confessione, come avrei fatto io
dicendo: «Son giovane, ho trent’anni, ne avevo voglia…».
Il biglietto fu spedito per e-mail con effetto immediato,
immagino, sotto agli occhi del mio confessore arcigno; con la stessa rapidità
si materializzò una Signora discinta di nera lingerie vestita, con corpo
talmente ben fatto e viso truccato nella seduzione più incontenibile, che il
pennone del mio solitario navigare avvistò ogni piacere possibile.
«Bravo, bravino» sospirò ironica «rafforzi la tua
convinzione, violando la concordanza con il condizionale sarebbe per il ‘certo’
futuro sarà del modo indicativo, modo della certezza degli eventi; bravuccio...
molto astuto tanto consolante,… il parroco te ne sarà grato, se avrai tempo per
confessarti».
Stentavo a seguirla, l’avevo già abbracciata carezzandole la
schiena di onice, le natiche a mandolino. Lei proseguì il monologo porgendomi
il seno a pera da succhiare. Ogni carezza l’accompagnavo con un dizionario da
masturbatore cresciuto sui romanzetti per uomini soli, dove il corpo femminile
è ridotto a frutto con richiami alla scultura. Di certo il mio sesso era
alabastro priapesco.
«Ascolta biscottino vecchianese, amante focoso, con me la concordanza
giusta troverai, e schizzerai al futuro senza schermi nel condizionale. La
macchia dell’orgasmo più che bianca sarà rossa sul nero pecioso».
Trasalii. Pur preda dell’erotismo fuori controllo. Un
semplice stringere l’ano, come si fa con l’occhiolino nei momenti di
incertezza, fu l’increspatura del dubbio. La Signora vellicandomi lo scroto mi
rabbonì a sua preda per mirabilìe su quel ciondolare su e giù di carezze e
baci. Con quelle labbra sembrava capace di inghiottire tutti i falli eretti nei
Kamasutra indiani stampati da cento anni. La sua voce era melodia accordata con
lingua lunga morbida lunga morbida e dimenanti cosce. Altro che concordanza
verbale! Questo era puro linguaggio non verbale! Ma gestuale! Gorgogliavo in me
appeperonato e pepato al punto giusto.
«Ripeti con me Cristoforo Dal Santo, ma che bel nome e
cognome!, proprio adatto, ripeti con me la concordanza corretta al luogo e al
tempo del nostro incontro senza licenze da scrittore campagnolo. In assoluta
certezza dell’esito in futuro godimento… Se poi cederò agli imperativi della
carne e dell’eros, sarà per una volta sola con Signora Morte nell’ora della
sorte. Ma non metterò in cinta la transitoria amante. Garantito perché ne sarò
carpito».
Claudio Di Scalzo