martedì 22 gennaio 2013

Claudio Di Scalzo: L'uomo che versi sbagliava. Lapide nel cimitero di Vecchiano





 Signora Morte





L'UOMO CHE VERSI SBAGLIAVA 
LAPIDE NEL CIMITERO DI VECCHIANO

Coniugavo i verbi a modo mio. Concordando i tempi verbali nelle frasi ipotetiche mi prendevo libertà da scritturale. La Signora questa vocazione l’ha resa errore immodificabile, con uno scherzo temporale senza rimedio. Come? Ve lo spiego con sintetica, non ridete, lapidarietà! Scrissi al mio confessore, severo confessore, in un giorno di insostenibile desiderio sessuale, un bigliettino dove mi concedevo quello che tanti credenti, per giunta non sposati fanno, con donne da strada fino alle prostitute che costano un mutuo per una notte d’amore. Lo trascrivo.
«Se dovessi cedere agli imperativi della carne e dell’eros sarà per una volta sola. Ma non metterò in cinta la transitoria amante. Garantito».
Cialtroneggiai con la grammatica come faceva Palazzeschi, il mio conterraneo, però io ero un dilettante non solo a scrivere ma anche nell’umorismo, per giunta diretto a un uomo castissimo che nel suo amore assoluto, dichiarato a ogni piè sospinto alla Madonna, mai avrebbe ceduto alla tentazione di un amplesso reale, tanto da sgocciolarsi la canna eretta. Non poteva, il buon prete, giustificarsi in confessione, come avrei fatto io dicendo: «Son giovane, ho trent’anni, ne avevo voglia…».
Il biglietto fu spedito per e-mail con effetto immediato, immagino, sotto agli occhi del mio confessore arcigno; con la stessa rapidità si materializzò una Signora discinta di nera lingerie vestita, con corpo talmente ben fatto e viso truccato nella seduzione più incontenibile, che il pennone del mio solitario navigare avvistò ogni piacere possibile.
«Bravo, bravino» sospirò ironica «rafforzi la tua convinzione, violando la concordanza con il condizionale sarebbe per il ‘certo’ futuro sarà del modo indicativo, modo della certezza degli eventi; bravuccio... molto astuto tanto consolante,… il parroco te ne sarà grato, se avrai tempo per confessarti».
Stentavo a seguirla, l’avevo già abbracciata carezzandole la schiena di onice, le natiche a mandolino. Lei proseguì il monologo porgendomi il seno a pera da succhiare. Ogni carezza l’accompagnavo con un dizionario da masturbatore cresciuto sui romanzetti per uomini soli, dove il corpo femminile è ridotto a frutto con richiami alla scultura. Di certo il mio sesso era alabastro priapesco.
«Ascolta biscottino vecchianese, amante focoso, con me la concordanza giusta troverai, e schizzerai al futuro senza schermi nel condizionale. La macchia dell’orgasmo più che bianca sarà rossa sul nero pecioso».
Trasalii. Pur preda dell’erotismo fuori controllo. Un semplice stringere l’ano, come si fa con l’occhiolino nei momenti di incertezza, fu l’increspatura del dubbio. La Signora vellicandomi lo scroto mi rabbonì a sua preda per mirabilìe su quel ciondolare su e giù di carezze e baci. Con quelle labbra sembrava capace di inghiottire tutti i falli eretti nei Kamasutra indiani stampati da cento anni. La sua voce era melodia accordata con lingua lunga morbida lunga morbida e dimenanti cosce. Altro che concordanza verbale! Questo era puro linguaggio non verbale! Ma gestuale! Gorgogliavo in me appeperonato e pepato al punto giusto.
«Ripeti con me Cristoforo Dal Santo, ma che bel nome e cognome!, proprio adatto, ripeti con me la concordanza corretta al luogo e al tempo del nostro incontro senza licenze da scrittore campagnolo. In assoluta certezza dell’esito in futuro godimento… Se poi cederò agli imperativi della carne e dell’eros, sarà per una volta sola con Signora Morte nell’ora della sorte. Ma non metterò in cinta la transitoria amante. Garantito perché ne sarò carpito».


Claudio Di Scalzo